LA BELLEZZA DEL PENSIERO FILOSOFICO-LUIGI PIRANDELLO

DURANTE I MIEI STUDI, GLI APPROFONDIMENTI, LE RICERCHE CHE FACCIO PERCHE’ IL MIO LAVORO CONSERVI UN ELEVATO STANDARD DI QUALITA’, MI CAPITA DI IMBATTERMI IN ALCUNI TESTI LETTERARI CHE, AL DI LA’ DELLO SPECIFICO ARGOMENTO CHE TRATTANO,
CONTENGONO UN’INTRINSECA BELLEZZA…

…LA BELLEZZA DEL PENSIERO.

SONO TESTI DENSI, CARICHI DI SENSO E DI SIGNIFICATO, SPUGNE CHE PER QUANTO LE SI STRIZZI, NON FINISCONO MAI DI STILLARE GOCCE DI CONOSCENZA…

LA LORO LETTURA E’ PURO GODIMENTO, E QUANDO QUESTA E’ TERMINATA…
…E’ COME SE TI RIMANESSE IN BOCCA IL SAPORE PARADISIACO DI UN NETTARE DESIDERATO DA TEMPO E FINALMENTE GUSTATO…

GLI SCRITTI DI LUIGI PIRANDELLO HANNO PER ME IL SAPORE ASPRO E DOLCE DEGLI AGRUMI DI SICILIA
E IL PROFUMO DELLE ZAGARE CANDIDE E AULENTI (PRESTITO…DANNUNZIANO).
SONO TESTI PER RIFLETTERE…
IN CUI UNA RISATA SI TRASFORMA IN UN SORRISO AMARO…
REALTA’ E APPARENZA…
…VERITA’ E FINZIONE
…IL VOLTO E LA MASCHERA…
…LA VITA!

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Non esiste un vascello veloce come un libro per portarti in terre lontane… Piccolo elogio della lettura

Quando un libro viene aperto, comincia a respirare.
E dopo poche righe, è il nostro respiro che diventa una cosa sola con quello del protagonista della storia.
In quelle pagine c’è una vita che non vivrò mai. Peccato o meno male…poco importa.

Un libro è ben altro che “solo parole”.

In un libro c’è tempo: un tempo che non avrò mai, ma che mi viene gentilmente concesso di vivere grazie alla generosità dell’autore.
Non dico “immaginare”, ma proprio “vivere”!

In un libro c’è un luogo: un luogo dove non andrò mai…ma che ho visto con i miei occhi…ci sono stata, ne ho respirato il profumo, ne ho sentito il calore…il freddo…la luce…il tramonto.

Ero lì…quando Orlando ha scoperto Angelica innamorata di un semplice fante…
Ho visto l’orrore negli occhi di Tancredi nello scoprire il volto pallido di Clorinda
Beatrice mi ha trasportato su, sempre più su…fino all’Empireo!

Ho vissuto la fatica di Tom nella costruzione delle cattedrali, “pilastri della terra”
Ho sentito l’ombra del vento, nel Cimitero dei libri dimenticati
Ho fatto amicizia con una volpe, che ha visto nei miei capelli il colore del grano

Ho palpitato per la sorte degli Arslanian
Ho sceso quasi un milione di scale al braccio di Montale
Sono stata in trincea col compagno stramazzato
Ho tremato di freddo mentre rasavano i capelli agli ultimi ebrei arrivati ad Auschwitz
Ho sentito il fruscìo delle foglie sul colle dell’infinito
Ho parlato ad uno specchio chiedendomi se quell’immagine riflessa fosse una o nessuna…
Ho visto Ulisse sterminare i Proci
il Grande Fratello mi ha convinta che 2+2=5
Ho visto Lucia che disperata giura che non sposerà più Renzo
e Giulietta che si finge morta
Ho seguito Guglielmo da Baskerville nelle sue indagini
E ho fatto l’autostop on the road
Ho provato la bianca Cecità nella città senza nome
Ho seguito il Bianconiglio in un mondo sotterraneo
e ho provato un sentimento sottile e prezioso come Seta
Ho suonato il pianoforte con Novecento
Ho vissuto la saga dei Buendia a Macondo
e ho subito il fascino ipnotico del colonnello Kurtz
Mi sono fermata ad Eboli
e ho passato l’estate tra gli ultimi Gattopardi a Donnafugata.
Ho gustato gli arancini a Vigata e fatto il bagno a Marinella…

“Sono solo parole…”

Certo, sì, ma parole in grado di trasportarti in un altrove dal quale si torna migliori di quando si è partiti.

Il libro è tra le cose più preziose che esistono.
Un libro è come una persona, perchè è fatto da una persona e parla di persone.
Vedi il mondo con altri occhi quando apri un libro.
E’ come assumere un altro punto di vista e uscire dal recinto troppo stretto del proprio.

Non vedi l’ora di vedere come va a finire la storia, ma non vorresti mai finire il libro.

«Mi fanno impazzire i libri che quando hai finito di leggerli vorresti che l’autore fosse il tuo migliore amico, per telefonargli ogni volta che ti va» dice Salinger ne Il giovane Holden.

E’ proprio così: si crea un rapporto personalissimo e unico, diverso da lettore a lettore.
E noi possiamo vivere e viaggiare senza fermarci mai!
Ho visto cose che voi umani…”solo” perchè ho aperto un libro!

“Il tempo per leggere, come il tempo per amare,dilata il tempo per vivere” Daniel Pennac

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La letteratura per me

Nella letteratura c’è tutto.
Quelli che ci hanno preceduto, noi stessi e quelli che verranno.
I pensieri già pensati e già scritti, le idee nel loro farsi e quelle che pensiamo di non aver ancora avuto.
I sentimenti già provati,quelli che ci annodano lo stomaco e quelli che si devono ancora generare.

C’è tutto nella letteratura.

La letteratura è un viaggio all’interno dell’uomo,
un viaggio dentro di noi

Mondo nel libro

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Foscolo e l’eterno canto della poesia

Nel corso della propria vita, istintivamente o razionalmente, l’uomo è proteso verso l’infinito. Non si rassegna alla prospettiva di una breve parabola su questa terra e aspira a consegnare se stesso e la propria opera all’eternità.
L’attribuzione alla poesia di una funzione “eternatrice” è, nella poetica foscoliana un tratto peculiare. Sottrarsi allo scorrere inesorabile del tempo e al suo potere distruttivo, diventa per il poeta l’obiettivo della sua attività letteraria. Superare le barriere troppo anguste della condizione umana per avvicinarsi all’immortalità è un traguardo che si raggiunge solo attraverso un’arte che abbia, come canone distintivo, la “bellezza ideale” delle statue greche che, nella loro marmorea plasticità hanno sfidato il tempo, rendendo eterno, appunto, il messaggio di cui erano e rimangono portatrici.
Foscolo non poteva non farsi portavoce di questa eco che viene dal passato: la nascita in terra ellenica lo aveva segnato profondamente. Il fatto che la corrente letteraria più in voga del tempo fosse il Neoclassicismo, appare solo come una felice coincidenza: Foscolo sarebbe stato neoclassico a prescindere dalle mode del suo tempo.
Quella che gli aveva dato i natali era la mitica terra di Omero che aveva consegnato se stesso alla storia cantando “l’acque fatali” attraverso le quali, “bello di fama e di sventura” il suo eroe, Ulisse, era riuscito a baciare “la sua petrosa Itaca”. Zacinto sarebbe rimasta un puntino sulla carta geografica se Foscolo non l’avesse resa patrimonio eterno dell’umanità.

E’ alla classicità che Foscolo si ricollega, al poeta latino Orazio che nei Carmina afferma orgoglioso “Ho compiuto un’opera memorabile, più durevole del bronzo,/ più elevata della regale mole delle piramidi” ed è la consapevolezza di aver creato qualcosa di grande che lo porta ad affermare con sicurezza “Non tutto di me morrà, la mia più grande/parte non scenderà a Libitinia/e crescerò di gloria sempre nuova” (Orazio, Carmina, III, 30, trad. it. Di L.Canali). «Non omnis moriar» (v. 6) decreta il poeta latino, con un verso di per sé bello ed eterno cui nessuna traduzione può mai rendere giustizia, perché in quell’affermazione di immortalità è contenuto un concetto che ne consacra anche l’autore.
La Bellezza idealizzata da Winkelmann, calma e nobile, è l’ideale che dal passato va recuperato, perseguito nel presente e consegnato alla dimensione eterna. Foscolo celebra nelle Odi la “bellezza muliebre che (…) viene eternata dal canto dei poeti, che a quelle creature danno l’immortalità delle dee” (N.Mineo, Ugo Foscolo in La letteratura italiana. Storia e testi, Laterza, Bari, 1977).
La poesia dunque ha il fine sublime di strappare alla corrosione del tempo i personaggi che la ispirano: non solo gli eroi dunque, non soltanto i vincitori, ma anche i vinti che, sia pur sconfitti, non vengono consegnati all’oblìo, ma restano vivi nel ricordo, testimoni del loro ruolo nella storia:
“E tu, onore di pianti, Ettore, avrai,/Ove fia santo e lagrimato il sangue/Per la patria versato, e finchè il Sole/Risplenderà su le sciagure umane.” (Dei sepolcri, vv.292-295)

Pur già presente nei Sonetti e in gran parte nelle Odi, è nel Carme Dei sepolcri, appunto, che Foscolo fa l’apoteosi della poesia come mezzo di immortalità. La quarta e ultima sezione (vv. 213-295) è dedicata al potere della poesia e alle Muse che, ispirandola e facendosi custodi dei sepolcri, li animano di un canto che «vince di mille secoli il silenzio» (v. 234).
Il poeta di Zante introduce la sua riflessione sulla poesia eternatrice servendosi ancora una volta del mito classico e riferendosi prima alle vicende di Aiace, poi a quelle della famiglia di Priamo, distrutta dalla guerra. Qui crea un parallelismo: se la tomba garantisce, con la sua concretezza materiale, il ricordo dei defunti, la poesia si fa testimone di una forma di memoria ancor più elevata e duratura.
Negli ultimi versi dei Sepolcri, possiamo cogliere il richiamo all’origine stessa del tema della poesia eternatrice: di nuovo le sventure dei mortali, di nuovo le sofferenze della guerra, ma, sopra a tutto ciò, il canto di un “vate sacro” (Carm.IV9 28).

L’originalità di Foscolo sta dunque nella funzione e nel messaggio che la poesia invoca per sé: la missione “civilizzatrice” che “rende operativa la lezione dei Sepolcri, rimettendola in vita” in una società sorda al richiamo delle “urne dei forti”. E’ proprio nel periodo di decadenza nel quale Foscolo si trova costretto a vivere che la poesia assume un valore irrinunciabile, “unico esempio possibile di riscatto umano e civile” (P.Cataldi, Ugo Foscolo, “Dei sepolcri”, in “Allegoria”, 23, VIII, Nuova Serie, 1996).

InSaeculaSaeculorum

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L’unica dimensione dell’amore? La follia. Alda Merini e Giorgio Manganelli

Alda Merini e Giorgio Manganelli si conoscono alla fine del 1949 e fin da subito lo spettro della follia aleggia attorno alla loro relazione.

Lei ha compiuto diciotto anni a marzo, il “21 a primavera” ed è già “Alda Merini la poetessa” («Sono nata così, perché sono nata scrivendo»), consacrata dal sostegno dello scrittore e critico Giacinto Spagnoletti che per primo ne aveva intuito il talento e che «nella Milano della ricostruzione, adolescente, (…) le aprì le porte del mondo intellettuale della città».

Fu proprio Spagnoletti a presentarli.

Lui ha 27 anni e non è libero: sua moglie Fausta Chiaruttini (che aveva sposato nel ’46) aveva  dato alla luce la figlia Lietta nel 1947.

In La letteratura come menzogna, (Feltrinelli, 1967) Manganelli sosterrà che il compito della letteratura è la contestazione, trasformare la realtà in menzogna, in scandalo e in mistificazione.

Due personaggi per nulla sentimentalisti o smielati, dunque: decisamente non facili.

Quel 1949 sarà un anno cruciale.

Alda comincia ad avvertire la presenza delle «prime ombre» della sua mente. Iniziano le visite da Fornari («Il manicomio è come la rena del mare – ricorderà più tardi lo specialista – se entra nelle valve di un’ostrica genera perle»), da Musatti e da Clivio.

Nel 1950 la poetessa verrà internata per un mese all’ospedale psichiatrico di Villa Turro con la diagnosi di disturbo bipolare.

Manganelli è determinato ad aspettarla: quella ragazza tormentata, così diversa dalle sue coetanee, con un mondo interiore profondissimo e un talento già visibile, lo ha incantato.

Gli incontri tra loro sono fatti di parole, di dialoghi fitti e intensi. I temi: la morte, la follia, i genitori.

Lei ama quelle parole una ad una, ama come Manganelli le distilla, ama il modo in cui lui la ama: attraverso i libri, i versi e il presagio della fine che quelle parole evocano. È la Merini stessa a testimoniarlo:

«(…) Il gergo di Manganelli

Oh, lui parlava fitto e innamorato
come una rondine stellata,
pieno di germi d’addio.
Era un linguaggio provenzale
con una cadenza andalusa
e con le mani sfiorava i miei libri,
invece del volto, e diceva:
“Che strano frumento
ti cresce nei capelli”.
Allora, con la falce del viso,
tentava di mietermi il sorriso
finché finimmo
nel gergo della passione».

(da La palude di Manganelli o il monarca del re, ed.La Vita Felice, 1992).

La relazione tra i due durerà tre anni. Un tempo relativamente breve, trascorso all’insegna dello scavo interiore, del sentimento che lacera e dilania, ma che contribuirà a definire la poetica di Manganelli che risulterà indelebilmente segnata da quell’incontro.

La vocazione poetica è presente già nelle corde dello scrittore, circondato da poetesse da sempre: sua madre scrive poesie, sua moglie pure. Le sue prove giovanili sono proprio ispirate alla religiosità esasperata della madre e quindi, di molto precedenti all’incontro con Alda.

Ma quella relazione lo spiazza: «Quando lo violentai – avrebbe ricordato più tardi la Merini – lui rimase senza parole… per mesi e mesi, finché si decise a prendere in mano la penna. Fui io che feci di Manganelli un grande scrittore».

«L’amore è un eccellente combustibile per alimentare il malessere che può condurre alla letteratura – avrebbe dichiarato più tardi lo scrittore, confermando il ruolo determinante di quel sentimento come “chiave” per schiudere le porte della poesia – È importante, estremamente importante che l’amore vada male. L’amore è la più importante matrice di menzogna, e la menzogna la più grande matrice di mondi».

E infatti questo amore prosegue “male” come dev’essere per Manganelli.

«Ero così tremenda – dirà Alda – che mi soprannominò la bakunina e il nostro amore andò avanti a suon di schiaffoni (…) Coloro che credono che facessimo l’amore sul tavolino di un bar letterario sbagliano, in realtà meditavamo la morte dei nostri genitori».

Maria Corti, la celebre autrice de L’ora di tutti, amica dello scrittore fin dai tempi dell’università, ricordava bene quel periodo: «Ogni sabato pomeriggio lei e Manganelli salivano le lunghe scale senza ascensore del mio pied-à-terre in via Sardegna e io li guardavo dalla tromba della scala: solo Dio poteva sapere che cosa sarebbe stato di loro. Manganelli più di ogni altro la aiutava a raggiungere coscienza di sé, a giocarsi bene il destino della scrittura al di là delle ombre di Turro» (introduzione a Vuoto d’amore della Merini, Einaudi, 1991).

Molti anni più tardi sarà proprio la Merini a fornire la propria “lettura” di quella relazione: «Io credo che per Manganelli sono stata il suo demone, il suo demone ispiratore». Lo descrive come un uomo di grande spessore intellettuale, ma interiormente diviso, quasi spaventato di fronte ad una donna di carattere come Alda, nonostante, anagraficamente, fosse poco più che un’adolescente. «Per lui ero un dramma – dirà – ero una mina vagante».

Le pieghe di questo amore contrassegnato dalla follia vengono fuori dalle poesie di colui che conosciamo come il prosatore eccentrico e funambolico della Hilarotragoedia, di Sconclusione e de La notte.

Dopo essere rimaste per oltre cinquant’anni nell’archivio privato di Lietta, figlia dello scrittore, le Poesie di Giorgio Manganelli vedono la luce nel 2006 per i tipi della casa editrice Crocetti (a cura e con uno scritto di Daniele Piccini, postfazione di Federico Francucci, Aryballos 59, Crocetti Editore 2006). Queste 150 “prove di laboratorio” scritte per lo più negli anni Cinquanta, sono ripartite in tre sezioni: le “Poesie“, raccolte dall’autore in una forma prossima ad un’elaborazione finale (con tre appendici); una sezione di “Altre poesie” e l’ultima di “Poesie giovanili“.

Grazie alla mediazione poetica emerge un Manganelli già fortemente sedotto, fin dalle prime prove, dalla lingua letteraria alla quale dedica un lungo lavorio di riflessione e di cesello («L’amore è stata una parte importante della mia vita, seconda soltanto allo studio delle lingue»). Popolati da “figure femminili perdute, in parte rimpiante, in parte allontanate come con un gesto di fastidio per sé, per la propria debolezza”( Gian Paolo Serino, La Repubblica, 11/02/2007) mostrano un “sontuoso, immaginifico splendore linguistico in veste poeticaper nulla secondario rispetto alla sua ricca produzione in prosa.

Emblematica della concezione dell’amore e del rapporto drammatico con l’altro sesso, la lirica Ti paragonerò dunque, in cui Manganelli compara l’ amata al giorno estivo e alla rosa in continuità con la tradizione (dagli Stilnovisti a Shakespeare), ma anche al tetano, alla lebbra, al tumore (più affine a Simbolisti e Scapigliati).

Ti paragonerò dunque
amore mio, mio amore
ad un giorno estivo, o trepida rosa
(una rondine sarebbe forse
più acconcia, o una farfalla?)
O non piuttosto, amore mio, mio amore
ti farò simile al tetano
che inchioda le mascelle,
alla lebbra paziente
che accima la carne indifesa
o all’ulcera, fiore perplesso,
o al tumore, autonomo individuo,
che cresce nel corpo
per verginale gravidanza?
Mia rosa mostruosa,
delicata, indolente paranoia.

(Poesie, Appendice IIa, op.cit.)

Racconta lo scrittore Tommy Cappellini: «Alla fine del 1953 qualcosa si ruppe irreparabilmente tra la Merini e Manganelli. Questi non riusciva, stando alle parole scritte da Alda, a ottenere una separazione consensuale dalla moglie. Fuggì allora su una Lambretta alla volta di Roma. Ma si trattò di fuga? Il racconto della figlia di Manganelli, Lietta, è più verosimile: suo padre e sua madre vivevano a Milano in una casa di dieci stanze, perfetta per chi non poteva soffrirsi. Un giorno Giorgio arriva a casa, trova delle valigie pronte e dice alla consorte: “Oh che bello, viene a trovarci tua madre?”. “No, sei tu che te ne vai”».

«Preso da un’incompatibilità affettiva con il grigiore di Milano – dirà poi lo stesso Manganelli – mi sono autodeportato a Roma».

Ne La notte (a cura di Salvatore Silvano Nigro, Adelphi, Milano, 1996) lo scrittore fornirà la propria descrizione in terza persona dell’amore con Alda: «Entrambi furono rozzi, sleali, poveri, scontenti, fedeli. Non ebbero pazienza l’uno per l’altra. Si disprezzarono. Non si odiarono, perché la loro povera anima non era capace di odio; erano sterili, cauti, allegri. Amavano bere, raccontavano storielle oscene, erano severi con gli innocenti, codardi coi colpevoli. Il loro letto non fu il fidato rifugio delle confidenze serali, ma un luogo di amare riflessioni… Non fecero mai lo stesso sogno nella medesima notte; non dissero mai le medesime parole nello stesso respiro… Del resto, queste sono cose che accadono di rado. Durante tutta la loro vita, essi vennero preparando questo sarcofago nuziale».

In forma poetica gli fa eco la “versione” della Merini:

Molta gente mi ha

domandato di te,

come se fosse possibile

domandare a un morto

che cos’era in vita.

Non eri nulla.

Anch’io,

quando chiedono se sono una poetessa,

mi vergogno,

mi vergogno in modo amabile e gentile,

come tu ti vergogni di “essere” la poesia

e la vita.

Giorgio, non sono un valzer,

e se l’opera d’arte casualmente lo è,

è semmai come il valzer triste di Sibelius,

una cosa amara e dolcissima

che traligna verso la morte.

Sai, una donna decomposta,

come sono io,

un uomo decomposto,

com’eri tu,

non potevano che trasmigrare

in due figure di sogno,

un grande pinocchio

e una fatina petulante e misera che,

come Coppelia, vanno a vedersi

dall’alto di un loggione

di cartapesta.

Idealmente, io e te, abbiamo portato

un cappello a sonagli

per tutta la vita.

(op.cit.).

«È importante, estremamente importante – aveva detto Manganelli – che l’amore vada male». E “male” finisce quell’amore: «Lo sai dunque che questa è la descrizione del nostro amore, che io non sia mai dove sei tu, e tu non sia mai dove sono io?»

Rievocando quella importante parentesi della sua vita, Alda verseggia:

A te, Giorgio,
noto istrione della parola,
mio oscuro disegno,
mio invincibile amore,
sono sfuggita, tuo malgrado,
eppure mi hai ingabbiato
nella salsedine
della tua lingua.
Tu, primissimo amore mio,
hai avuto pudore
del mio atroce destino,
tu mi hai preso un giorno
sull’erba, al calore del sole,
la perla della mia giovinezza.
Com’era bello, amore,
sentirti spergiuro.
E tu che non volevi.
Tu, per cui ero
la sofferta Beatrice delle ombre.
Ma non eri tu ad avermi,
era la psicanalisi.
E in fondo, Giorgio,
ho sempre patito
quel che ti ho fatto patire.

(op.cit.).

Che sia stato amore non c’è alcun dubbio: mille sono le facce di questo sentimento che, come un prisma, rimanda e rinvia riflessi dall’intensità diversa. «Certo mio padre amava Alda – ricorda la figlia Lietta – ma mio padre aveva quella sindrome, che è tipica delle donne, che io chiamo la “sindrome della crocerossina” dell’“io ti salverò”. Copione che era già stato messo in atto con mia madre».

Scrive Manganelli:

Nell’amorosa quiete delle tue braccia
oltre all’accoppiamento
vi è quest’altro abbraccio
che è una stretta immobile.

Siamo ammaliati, stregati,
siamo nel sonno, senza dormire
siamo nella voluttà infantile
dell’addormentamento.
È il momento delle storie raccontate,
della voce che giunge a ipnotizzarmi
a straniarmi. È il ritorno alla madre.

In questo incesto rinnovato
tutto rimane sospeso:
il tempo, la legge, la proibizione.
Niente si esaudisce, niente si desidera:
tutti i desideri sono aboliti
perché sembrano essere
definitivamente appagati.
(Poesie, op.cit.)

Manganelli lo dice che l’ha amata. L’ha amata di un amore senza desiderio, perché quell’amore era già l’appagamento di ogni desiderio.

(con la preziosa supervisione di Lietta Manganelli).

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Oceano mare

“L’unica persona che mi abbia davvero insegnato qualcosa, un vecchio che si chiamava Darrell, diceva sempre che ci sono tre tipi di uomini: quelli che vivono davanti al mare, quelli che spingono dentro il mare, e quelli che dal mare riescono a tornare, vivi. E diceva: vedrai la sorpresa quando scoprirai quali sono i più felici. Io ero un ragazzo, allora. D’inverno guardavo le navi tirate in secca, tenute su da enormi stampelle di legno, con lo scafo in aria e la deriva a tagliare la sabbia come una lama inutile. E pensavo: io non mi fermerò qui. E’ dentro al mare che voglio arrivare. Perché se c’è qualcosa che è vero, in questo mondo, è laggiù. Ora sono laggiù, nel più profondo del ventre del mare. Sono ancora vivo perché ho ucciso senza pietà, perché mangio questa carne staccata dai cadaveri dei miei compagni, perché ho bevuto il loro sangue. Ho visto un’infinità di cose che dalla riva del mare sono invisibili. Ho visto uomini disfarsi e tramutarsi in bambini. E poi cambiare ancora e diventare bestie feroci. Ho visto sognare sogni meravigliosi, e ho ascoltato le storie più belle della mia vita, raccontate da uomini qualunque, un attimo prima di buttarsi in mare e sparire per sempre. Ho letto ne cielo segni che non conoscevo e fissato l’orizzonte on occhi che non credevo di avere. Cos’è l’odio, veramente, l’ho capito su queste assi insanguinate, con l’acqua del mare addosso a imputridire le ferite. E cos’è la pietà, non lo sapevo prima di aver visto le nostre mani di assassini accarezzare per ore i capelli di un compagno che non riusciva a morire. Ho visto la ferocia, nei moribondi spinti a calci giù dalla zattera, ho visto la dolcezza, negli occhi di Gilbert che baciava il suo piccolo Léon, ho visto l’intelligenza, nei gesti con cui Savigny ricamava il suo massacro, e ho visto la follia, in quei due uomini che una mattina hanno spalancato le ali e se ne sono volati via, nel cielo. Dovessi vivere ancora mille anni, amore sarebbe il peso lieve di Thérèse, tra le mie braccia, prima di scivolare tra le onde. E destino sarebbe il nome di questo oceano mare, infinito e bello. Non mi sbagliavo, là sulla riva, in quegli inverni, a pensare che qui era la verità. Ci ho messo anni a scendere fino in fondo al ventre del mare: ma quel che cercavo, l’ho trovato. Le cose vere. Perfino quella, di tutte, più insopportabilmente e atrocemente vera. E’ uno specchio, questo mare. Qui, nel suo ventre, ho visto me stesso. Ho visto davvero.

tratto da Oceano mare di Alessandro Baricco
Libro secondo, Il ventre del mareSchermata 2018-03-31 alle 17.43.33

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Anna Proclemer a Vitaliano Brancati: «La mia libertà era la sua disperazione»

«Mi sei mancato ogni giorno. Ogni ora. Ogni mattina, quando aprivo il giornale… Adesso, quando apro il giornale o la TV (…) Mi manchi, Nuzzo. Mi manchi terribilmente».

È il 1994, quarant’anni dopo la scomparsa del marito, la grande attrice Anna Proclemer gli scrive una “Lettera d’amore in ritardo” per dichiarargli un sentimento che non è morto con lui.

“Lui” è Vitaliano Brancati, lo scrittore siciliano (era nato a Pachino il 24 luglio del 1907) autore de “Gli anni perduti”, “Don Giovanni in Sicilia”, “Paolo il caldo”.

È già famoso quando, a 34 anni, al Teatro dell’Università di Roma, durante le prove di “Nostra Dea” di Massimo Bontempelli, alla fine del 1941, incontra la diciottenne trentina studentessa di Lettere, Anna Proclemer.

«Mio padre era ingegnere, mia madre una casalinga inquieta con velleità artistoidi. Forse da lei ho ereditato il sacro fuoco dell’arte. Sin da bambina ero poco socievole, ma ho iniziato a fare la primadonna negli spettacolini all’asilo». Anna aveva letto “Don Giovanni in Sicilia” di nascosto dei genitori e quando vede Brancati per la prima volta, lo scrittore appare ai suoi occhi di ragazza come «come un maturo signore ormai avviato alla vecchiaia».

Lui è gentile, la chiama “signorina”. La invita al Teatro delle Arti ad assistere alla rappresentazione dell’“Histoire du soldat” di Igor Stravinski. La osserva con intensità, è fortemente attratto da lei. Lo colpiscono le sue mani: le dita lunghe, affusolate, da adolescente. Si sente troppo vecchio per lei e questo pensiero, intrecciato col sentimento d’amore già sbocciato, gli occupa la mente e lo tiene lontano dalla scrittura sulla quale non riesce a concentrarsi.

Pochi giorni dopo averla incontrata, non resiste a rivelarle per lettera due pensieri: «E il primo è che tu sei la più dolce, bella, intelligente, candida ragazza del mondo, e il secondo che sei tanto giovane e io no».

La dichiarazione d’amore che si cela (neanche poi tanto) tra le righe, spiazza Anna che gli risponde con toni che marcano ancora di più la distanza che li separa. Nella lettera gli dà del “lei”: nel suo cuore c’è il teatro, dice, solo il teatro.

Lo scrittore, deluso, strappa la lettera in mille pezzi: poi si pente, la ricompone con pazienza. Decide di non mollare. Le scrive con una frequenza quasi ossessiva.

Nella Roma occupata dai nazisti, Anna si lega al regista Gerardo Guerrieri, ma la dedizione di Brancati l’ha colpita. «Vorrei piantare tutto – gli scrive – e rassegnarmi a fare la ragazza oca e civetta e basta. Mi è difficile saper guardare lontano».

La corrispondenza, negli anni bui della guerra, non arriva sempre nelle mani di Anna: ma la lettera di Vitaliano, datata 31 dicembre, quella sì, arriva. Lui rievoca il loro primo incontro, fa leva sulla nostalgia che nasce per ciò che poteva essere ma non era stato; ricorda quella ragazzina vestita con gli abiti di scena che, durante le prove, sedeva in platea, tra le poltrone vuote. Lui avverte, sente che forse, se insiste, il muro che Anna ha eretto fra loro, può sgretolarsi, piano piano.

Nell’agosto del 1945 Anna è in Sicilia, a Catania per girare il film di Giuseppe Amato “Malia”. «Rividi B. dopo più di due anni. Non ho più amato la Sicilia come in quei giorni. Anzi, in quelle notti».

L’estate torrida della Sicilia la cattura; Catania “magica e astratta” la ammalia. Con Vitaliano compie lunghe passeggiate, incontra i suoi amici “straordinari personaggi di provincia pieni di manie, di tic”. Anna è affascinata da quell’uomo che le parla di Leopardi, di Keats, di Bellini e Chopin. Sa toccare le sue corde più profonde: le trasmette il suo entusiasmo, l’idea di una vita insieme.

Anna non è insensibile a questa possibilità, tanto che quando, a ottobre, lascia la Sicilia, è “felicissima, infelicissima, confusa, turbata”. Lui le scrive immediatamente tutta la sua solitudine: «la più bella, la più nobile, la più dolce, la più intelligente e più sensibile ragazza del mondo» gli manca già terribilmente. «Nessuno ama la felicità quanto me e nessuno ne è meno adatto. Mi manchi in modo intollerabile».

Anche Anna è presa da “Nuzzo”: «Lavora, promettimelo – gli scrive, temendo che il suo talento creativo risenta negativamente di quel sentimento – Pensa che mi farebbe soffrire il pensiero che anche una sola ora inconcludente tu passassi per causa mia». Lo stimola, lo spinge sentire la scrittura come un mezzo per avvicinarli: «Lavora, e io lo sentirò e sarò accanto a te».

A Brancati, tuttavia, non basta. È triste perché vorrebbe stringere forte Anna, baciarla appassionatamente “con una certa furia”, ma a lei quell’“acre esibizione di sofferenza” non piace: la trova addirittura patetica. «Ho bisogno di non pensarti anche per un’ora sola e non ci riesco» le scrive.

Finalmente, nella primavera del ’46, Brancati raggiunge Anna a Roma: vuole sincerarsi dell’autenticità dei suoi sentimenti. Lei è stanca, il lavoro assorbe tutte le sue energie, ma la presenza dello scrittore dissolve ogni dubbio. L’idea di unire la propria vita a quella di un artista, «un artista vero, un uomo complesso, ambiguo, segreto, vulnerabile» la attira, pur nella consapevolezza che la strada da percorrere sarebbe stata «tutt’altro che armoniosa e riposante».

La Proclemer si aggrappa all’amore di Brancati con tutta se stessa: il 22 luglio nella cripta della Chiesta di Piazza Euclide, ancora in costruzione, i due si sposano.

Ha inizio la loro quotidianità. «La giornata era divisa in modo molto regolare – racconta l’attrice – Si alzava abbastanza presto, leggeva i giornali, lavoricchiava. A mezzogiorno si andava a via Veneto dove ci si incontrava con gli amici: De Feo, Pannunzio, Patti, Talarico, il pittore Bartoli (…). Il pomeriggio lavorava. La sera, verso le 7, si tornava a via Veneto, da Rosati, alla libreria Rossetti, o si andava a piazza del Popolo. Generalmente si cenava con gli amici. Il nostro era un rapporto molto curioso e, in un certo senso, pericoloso, perché eravamo di una estrema educazione e… non so… diplomazia. Credo che fosse molto geloso, quando mi allontanavo. Ma non me lo disse mai. Cercavo di assentarmi il meno possibile. Ogni tanto mi chiamava il Piccolo di Milano e andavo: io ne ero felicissima; lui era infelicissimo».

«Amore mio, Annina, pecorella»: quando è lontana Brancati la sommerge di lettere.

Ma il 28 novembre è lui a ricevere il telegramma in cui Anna gli comunica di essere incinta. «Non esultai, confesso – ricorderà più tardi la Proclemer – Avrei preferito aspettare un po’ (…). L’indipendenza economica è sempre stata per me una questione vitale. Non concepivo l’idea di farmi mantenere ora che ero sposata». Anzi, Anna vuole mettere un po’ di soldi da parte per pagarsi una balia e poi una governante dopo la nascita del bambino. Perciò continua a lavorare nel doppiaggio. Poche settimane prima del parto le offrono di doppiare Yvonne Sanson in un film con Amedeo Nazzari. Lei accetta: ogni turno dura cinque ore. Per oltre una settimana lavora per quindici ore al giorno, in piedi, col terrore di partorire lì, in sala doppiaggio.

Il film termina il 4 maggio: due giorni dopo, il 6 maggio 1947 nasce Antonia.

«B. ed io – scriverà la Proclemer – ci illudemmo di essere riusciti miracolosamente a evitarle di ereditare le nostre nevrastenie, ansie, depressioni, angosce». Un’illusione appunto, che non durerà che pochi anni ancora.

Il 18 giugno 1953, Anna scrive al marito: «L’era della “pecorella” è finita. Mi sento molto più matura e sicura di me».

Nonostante il matrimonio vacilli, alla fine di agosto i due coniugi cominciano ad arredare l’appartamento appena acquistato in via Fleming.

Il teatro è vita per Anna che è spesso in tournée: «Ricordo un pomeriggio milanese. Una giornata d’inverno, grigia; una pioggia leggera. Mi fermai in mezzo a Piazza della Scala – ricorderà poi l’attrice, ricostruendo le tappe di quella crisi – il pensiero del teatro che mi aspettava, del lavoro che amavo, mi invasero di un così forte senso di felicità, da sentirmene stordita. Durò un attimo. Ripiombai subito nel dedalo delle mie preoccupazioni per B. rimasto solo a Roma, e paragonai il mio stato di un attimo a quello che doveva essere il suo. La diversità dei nostri sentimenti mi sgomentò. Ciò che per lui era solitudine per me era libertà. Potevo fingere anche con me stessa che non fosse così, potevo vergognarmene o dolermene. La realtà rimaneva quella».

Quel matrimonio, dopo sette anni, si sta avviando inesorabilmente alla sua conclusione.

«Perché il rapporto si esaurì? – si chiede dopo molti anni l’attrice – Ah, non lo so. Non cambiò nulla: né in lui né in me. Avevo bisogno di star sola: è una necessità ciclica».

A trent’anni la Proclemer vuole capire davvero chi è. Brancati non comprende. Lei cerca di spiegare, ma non c’è molto da dire. Lui sospetta che sia entrato qualcun altro nella vita di Anna. Non è così. Lei lo dice, lui non le crede. A quel punto, è costretta a mentire. Pur di essere lasciata libera, ammette sì, che c’è un altro.

«B. ne soffrì enormemente. Andai in un piccolo appartamento che era stato di mia nonna: una specie di cantina dalle parti di piazza Quadrata, dove mi sentivo terribilmente felice. Ci vedevamo, andavamo fuori con gli amici, a cena, lui veniva a casa mia, io andavo a casa sua a vedere nostra figlia che gli avevo lasciato, ma a volte tenevo con me. Non era stata una separazione terrificante, non c’erano interessi di mezzo».

In una lunga intervista rilasciata al giornalista Luigi Vaccari, l’attrice riflette su quel rapporto a distanza di tanti anni:

«Sarebbe stato un amante straordinario. Mi sono sposata a 23 anni. Ero poco esperta. E per lui ero una donna un po’ angelicata. Mi aveva molto idealizzata. Aveva un rispetto tale che limitava le effusioni: aveva timore di contaminarmi. Sarebbe potuta andare meglio, se non mi avesse considerata, o lo avesse fatto meno, una Madonna su un altare».

Nonostante il matrimonio sia finito, Anna corre a Torino per assistere Nuzzo in ospedale: «Stemmo lì alcuni giorni perché doveva fare delle analisi. Dormii nella stessa camera, la sera prima dell’operazione».

Un intervento “tranquillo” che doveva essere fatto in due fasi. Il chirurgo decide di operare in un’unica seduta. Il suo cuore non regge.

Vitaliano Brancati muore il 25 settembre del 1954, a quarantasette anni.

«Tu solo, con la tua intransigenza, con il tuo amore per la Ragione, con il tuo disgusto per il servilismo fanatico, tu solo avresti potuto aiutarmi a distinguere l’effimero dal permanente, la moda dalla necessità profonda, la vampata pittorescamente rivoluzionaria da un’autentica trasformazione della coscienza e della società. Da allora non ho cessato di rimpiangerti. Mi sei mancato ogni giorno. Ogni ora. Ogni mattina (…) A presto, mio carissimo Nuzzo. (…) Pensa come sarebbe bello se, accantonando per una volta le mie incredulità su un ‘al di là’ antropomorfico e individuale, io riuscissi a immaginare noi due come nella tua citazione shakesperiana in testa al primo capitolo del Bell’Antonio

“and away to Saint Peter for the heavens; he shows me
where the bachelors sit, and there live we as merry as
the day is long.”

E via per i cieli a trovare San Pietro; egli ci mostrerà dove dimorano gli uomini liberi, e là noi vivremo, allegri, per l’eternità».

tua Anna

(Anna Proclemer a Vitaliano Brancati, 1994)

Da donna libera, indipendente, magistrale interprete di «Anna dei miracoli», «La figlia di Jorio» e «Magnifica presenza», Anna Proclemer muore il 25 aprile del 2013 a 89 anni.

 

GiusyGatti@tuttiidirittiriservati

 

 

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