L’unica dimensione dell’amore? La follia! Alda Merini e Giorgio Manganelli

PUBBLICATO OGGI SU ARTE E LUOGHI GENNAIO 2019

CAPITOLO XII

L’unica dimensione dell’amore? La follia. Alda Merini e Giorgio Manganelli

Alda Merini e Giorgio Manganelli si conoscono alla fine del 1949 e fin da subito lo spettro della follia aleggia attorno alla loro relazione.

Lei ha compiuto diciotto anni a marzo, il “21 a primavera” ed è già “Alda Merini la poetessa” («Sono nata così, perché sono nata scrivendo»), consacrata dal sostegno dello scrittore e critico Giacinto Spagnoletti che per primo ne aveva intuito il talento e che «nella Milano della ricostruzione, adolescente, (…) le aprì le porte del mondo intellettuale della città».
Fu proprio Spagnoletti a presentarli.

Lui ha 27 anni e non è libero: sua moglie Fausta Chiaruttini (che aveva sposato nel ’46) aveva dato alla luce la figlia Lietta nel 1947.
In La letteratura come menzogna, (Feltrinelli, 1967) Manganelli sosterrà che il compito della letteratura è la contestazione, trasformare la realtà in menzogna, in scandalo e in mistificazione.
Due personaggi per nulla sentimentalisti o smielati, dunque: decisamente non facili.

Quel 1949 sarà un anno cruciale.

Alda comincia ad avvertire la presenza delle «prime ombre» della sua mente. Iniziano le visite da Fornari («Il manicomio è come la rena del mare – ricorderà più tardi lo specialista – se entra nelle valve di un’ostrica genera perle»), da Musatti e da Clivio.

Nel 1950 la poetessa verrà internata per un mese all’ospedale psichiatrico di Villa Turro con la diagnosi di disturbo bipolare.

Manganelli è determinato ad aspettarla: quella ragazza tormentata, così diversa dalle sue coetanee, con un mondo interiore profondissimo e un talento già visibile, lo ha incantato.

Gli incontri tra loro sono fatti di parole, di dialoghi fitti e intensi. I temi: la morte, la follia, i genitori.
Lei ama quelle parole una ad una, ama come Manganelli le distilla, ama il modo in cui lui la ama: attraverso i libri, i versi e il presagio della fine che quelle parole evocano. È la Merini stessa a testimoniarlo:
«(…) Il gergo di Manganelli
Oh, lui parlava fitto e innamorato
come una rondine stellata,
pieno di germi d’addio.
Era un linguaggio provenzale
con una cadenza andalusa
e con le mani sfiorava i miei libri,
invece del volto, e diceva:
“Che strano frumento
ti cresce nei capelli”.
Allora, con la falce del viso,
tentava di mietermi il sorriso
finché finimmo
nel gergo della passione».
(da La palude di Manganelli o il monarca del re, ed.La Vita Felice, 1992).

La relazione tra i due durerà tre anni. Un tempo relativamente breve, trascorso all’insegna dello scavo interiore, del sentimento che lacera e dilania, ma che contribuirà a definire la poetica di Manganelli che risulterà indelebilmente segnata da quell’incontro.

La vocazione poetica è presente già nelle corde dello scrittore, circondato da poetesse da sempre: sua madre scrive poesie, sua moglie pure. Le sue prove giovanili sono proprio ispirate alla religiosità esasperata della madre e quindi, di molto precedenti all’incontro con Alda.
Ma quella relazione lo spiazza: «Quando lo violentai – avrebbe ricordato più tardi la Merini – lui rimase senza parole… per mesi e mesi, finché si decise a prendere in mano la penna. Fui io che feci di Manganelli un grande scrittore».

«L’amore è un eccellente combustibile per alimentare il malessere che può condurre alla letteratura – avrebbe dichiarato più tardi lo scrittore, confermando il ruolo determinante di quel sentimento come “chiave” per schiudere le porte della poesia – È importante, estremamente importante che l’amore vada male. L’amore è la più importante matrice di menzogna, e la menzogna la più grande matrice di mondi».

E infatti questo amore prosegue “male” come dev’essere per Manganelli.
«Ero così tremenda – dirà Alda – che mi soprannominò la bakunina e il nostro amore andò avanti a suon di schiaffoni (…) Coloro che credono che facessimo l’amore sul tavolino di un bar letterario sbagliano, in realtà meditavamo la morte dei nostri genitori».

Maria Corti, la celebre autrice de L’ora di tutti, amica dello scrittore fin dai tempi dell’università, ricordava bene quel periodo: «Ogni sabato pomeriggio lei e Manganelli salivano le lunghe scale senza ascensore del mio pied-à-terre in via Sardegna e io li guardavo dalla tromba della scala: solo Dio poteva sapere che cosa sarebbe stato di loro. Manganelli più di ogni altro la aiutava a raggiungere coscienza di sé, a giocarsi bene il destino della scrittura al di là delle ombre di Turro» (introduzione a Vuoto d’amore della Merini, Einaudi, 1991).

Molti anni più tardi sarà proprio la Merini a fornire la propria “lettura” di quella relazione: «Io credo che per Manganelli sono stata il suo demone, il suo demone ispiratore». Lo descrive come un uomo di grande spessore intellettuale, ma interiormente diviso, quasi spaventato di fronte ad una donna di carattere come Alda, nonostante, anagraficamente, fosse poco più che un’adolescente. «Per lui ero un dramma – dirà – ero una mina vagante».
Le pieghe di questo amore contrassegnato dalla follia vengono fuori dalle poesie di colui che conosciamo come il prosatore eccentrico e funambolico della Hilarotragoedia, di Sconclusione e de La notte.
Dopo essere rimaste per oltre cinquant’anni nell’archivio privato di Lietta, figlia dello scrittore, le Poesie di Giorgio Manganelli vedono la luce nel 2006 per i tipi della casa editrice Crocetti (a cura e con uno scritto di Daniele Piccini, postfazione di Federico Francucci, Aryballos 59, Crocetti Editore 2006). Queste 150 “prove di laboratorio” scritte per lo più negli anni Cinquanta, sono ripartite in tre sezioni: le “Poesie”, raccolte dall’autore in una forma prossima ad un’elaborazione finale (con tre appendici); una sezione di “Altre poesie” e l’ultima di “Poesie giovanili”.
Grazie alla mediazione poetica emerge un Manganelli già fortemente sedotto, fin dalle prime prove, dalla lingua letteraria alla quale dedica un lungo lavorio di riflessione e di cesello («L’amore è stata una parte importante della mia vita, seconda soltanto allo studio delle lingue»). Popolati da “figure femminili perdute, in parte rimpiante, in parte allontanate come con un gesto di fastidio per sé, per la propria debolezza”( Gian Paolo Serino, La Repubblica, 11/02/2007) mostrano un “sontuoso, immaginifico splendore linguistico in veste poetica” per nulla secondario rispetto alla sua ricca produzione in prosa.

Emblematica della concezione dell’amore e del rapporto drammatico con l’altro sesso, la lirica Ti paragonerò dunque, in cui Manganelli compara l’ amata al giorno estivo e alla rosa in continuità con la tradizione (dagli Stilnovisti a Shakespeare), ma anche al tetano, alla lebbra, al tumore (più affine a Simbolisti e Scapigliati).

Ti paragonerò dunque
amore mio, mio amore
ad un giorno estivo, o trepida rosa
(una rondine sarebbe forse
più acconcia, o una farfalla?)
O non piuttosto, amore mio, mio amore
ti farò simile al tetano
che inchioda le mascelle,
alla lebbra paziente
che accima la carne indifesa
o all’ulcera, fiore perplesso,
o al tumore, autonomo individuo,
che cresce nel corpo
per verginale gravidanza?
Mia rosa mostruosa,
delicata, indolente paranoia.
(Poesie, Appendice IIa, op.cit.)

Racconta lo scrittore Tommy Cappellini: «Alla fine del 1953 qualcosa si ruppe irreparabilmente tra la Merini e Manganelli. Questi non riusciva, stando alle parole scritte da Alda, a ottenere una separazione consensuale dalla moglie. Fuggì allora su una Lambretta alla volta di Roma. Ma si trattò di fuga? Il racconto della figlia di Manganelli, Lietta, è più verosimile: suo padre e sua madre vivevano a Milano in una casa di dieci stanze, perfetta per chi non poteva soffrirsi. Un giorno Giorgio arriva a casa, trova delle valigie pronte e dice alla consorte: “Oh che bello, viene a trovarci tua madre?”. “No, sei tu che te ne vai”».

«Preso da un’incompatibilità affettiva con il grigiore di Milano – dirà poi lo stesso Manganelli – mi sono autodeportato a Roma».
Ne La notte (a cura di Salvatore Silvano Nigro, Adelphi, Milano, 1996) lo scrittore fornirà la propria descrizione in terza persona dell’amore con Alda: «Entrambi furono rozzi, sleali, poveri, scontenti, fedeli. Non ebbero pazienza l’uno per l’altra. Si disprezzarono. Non si odiarono, perché la loro povera anima non era capace di odio; erano sterili, cauti, allegri. Amavano bere, raccontavano storielle oscene, erano severi con gli innocenti, codardi coi colpevoli. Il loro letto non fu il fidato rifugio delle confidenze serali, ma un luogo di amare riflessioni… Non fecero mai lo stesso sogno nella medesima notte; non dissero mai le medesime parole nello stesso respiro… Del resto, queste sono cose che accadono di rado. Durante tutta la loro vita, essi vennero preparando questo sarcofago nuziale».

In forma poetica gli fa eco la “versione” della Merini:
Molta gente mi ha
domandato di te,
come se fosse possibile
domandare a un morto
che cos’era in vita.
Non eri nulla.
Anch’io,
quando chiedono se sono una poetessa,
mi vergogno,
mi vergogno in modo amabile e gentile,
come tu ti vergogni di “essere” la poesia
e la vita.
Giorgio, non sono un valzer,
e se l’opera d’arte casualmente lo è,
è semmai come il valzer triste di Sibelius,
una cosa amara e dolcissima
che traligna verso la morte.
Sai, una donna decomposta,
come sono io,
un uomo decomposto,
com’eri tu,
non potevano che trasmigrare
in due figure di sogno,
un grande pinocchio
e una fatina petulante e misera che,
come Coppelia, vanno a vedersi
dall’alto di un loggione
di cartapesta.
Idealmente, io e te, abbiamo portato
un cappello a sonagli
per tutta la vita.
(op.cit.).

«È importante, estremamente importante – aveva detto Manganelli – che l’amore vada male». E “male” finisce quell’amore: «Lo sai dunque che questa è la descrizione del nostro amore, che io non sia mai dove sei tu, e tu non sia mai dove sono io?»

Rievocando quella importante parentesi della sua vita, Alda verseggia:
A te, Giorgio,
noto istrione della parola,
mio oscuro disegno,
mio invincibile amore,
sono sfuggita, tuo malgrado,
eppure mi hai ingabbiato
nella salsedine
della tua lingua.
Tu, primissimo amore mio,
hai avuto pudore
del mio atroce destino,
tu mi hai preso un giorno
sull’erba, al calore del sole,
la perla della mia giovinezza.
Com’era bello, amore,
sentirti spergiuro.
E tu che non volevi.
Tu, per cui ero
la sofferta Beatrice delle ombre.
Ma non eri tu ad avermi,
era la psicanalisi.
E in fondo, Giorgio,
ho sempre patito
quel che ti ho fatto patire.
(op.cit.).
Che sia stato amore non c’è alcun dubbio: mille sono le facce di questo sentimento che, come un prisma, rimanda e rinvia riflessi dall’intensità diversa. «Certo mio padre amava Alda – ricorda la figlia Lietta – ma mio padre aveva quella sindrome, che è tipica delle donne, che io chiamo la “sindrome della crocerossina” dell’“io ti salverò”. Copione che era già stato messo in atto con mia madre».
Scrive Manganelli:
Nell’amorosa quiete delle tue braccia
oltre all’accoppiamento
vi è quest’altro abbraccio
che è una stretta immobile.

Siamo ammaliati, stregati,
siamo nel sonno, senza dormire
siamo nella voluttà infantile
dell’addormentamento.
È il momento delle storie raccontate,
della voce che giunge a ipnotizzarmi
a straniarmi. È il ritorno alla madre.

In questo incesto rinnovato
tutto rimane sospeso:
il tempo, la legge, la proibizione.
Niente si esaudisce, niente si desidera:
tutti i desideri sono aboliti
perché sembrano essere
definitivamente appagati.
(Poesie, op.cit.)
Manganelli lo dice che l’ha amata. L’ha amata di un amore senza desiderio, perché quell’amore era già l’appagamento di ogni desiderio.
(con la preziosa supervisione di Lietta Manganelli).

GiusyGatti@tuttiidirittiriservati

 

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Non so dove vai

E non so dove sei
non so dove vai, se vai
qual è la tua direzione, adesso
Qual è la tua dimensione, adesso.

Non so dove cercarti se ho bisogno di te
non so dove ti nascondi.

Guardo il cielo,
ma non trovo consolazione,
nè risposte.

Non so dove vai, se vai.
Non so dove sei.

Temo che non potrò ritrovarti dietro una fredda pietra che, se busso, non risponde

Temo che non ti troverò da nessuna parte
tranne che nel riflesso
del mio viso stanco nello specchio.

Niente cieli
niente nuvole
niente stelle
nessun paradiso.

Solo un’immagine:
la tua
nella mia.

GiusyGatti©tutti i diritti riservati

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Letteratura

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Piccolo elogio della lettura

Quando un libro viene aperto, comincia a respirare.
E dopo poche righe, è il nostro respiro che diventa tutt’uno con quello del protagonista della storia. E’ ben altro che un insieme fitto di parole e pagine: un libro può cambiare la vita.

In quelle pagine c’è una vita, una vita che non vivrò mai.

C’è un tempo, un tempo che non avrò mai, ma che mi viene concesso grazie alla generosità dell’autore che condivide quella storia proprio con me. Non me la fa solo “immaginare”, ma proprio “vivere”!
In un libro c’è un luogo: un luogo dove non andrò mai, ma che ho visto con i miei occhi. Ci sono stata, ne ho respirato il profumo, ne ho sentito il calore…il freddo…la luce…il tramonto.

Ero lì quando Orlando è impazzito scoprendo Angelica innamorata di un semplice fante.
Beatrice mi ha trasportato su, sempre più su, fino all’Empireo!
Ho vissuto la fatica di Tom nella costruzione delle cattedrali, “Pilastri della Terra”.
Ho sentito l’Ombra del Vento, nel Cimitero dei Libri Dimenticati.

Ho visto l’orrore negli occhi di Tancredi nello scoprire il volto ormai pallido di Clorinda.
Ho creato dei Legami con una Volpe, che ha visto nei miei capelli il Colore del Grano!

Ho palpitato per la sorte degli Arslanian.
Ho sceso quasi un Milione di Scale al braccio di Montale.
Sono stata in Trincea col Compagno Stramazzato.
Ho tremato di freddo mentre rasavano i capelli agli ultimi Ebrei arrivati ad Auschwitz. Mi sono chiesta “Se questo è un uomo”.
Ho sentito il fruscìo delle foglie sul Colle dell’Infinito con Giacomo.
Ho parlato ad uno Specchio chiedendomi se quell’immagine riflessa fosse Una o Nessuna.
Ho visto Ulisse sterminare i Proci.
Il Grande Fratello mi ha convinta che 2+2=5.
Ho visto Lucia che disperata giura che non sposerà più Renzo
e Giulietta che si finge morta.
Ho seguito Guglielmo da Baskerville nelle sue indagini
e ho fatto l’autostop On the Road.
Ho provato la bianca Cecità nella Città Senza Nome.
Ho seguito il Bianconiglio in un mondo sotterraneo
e ho provato un sentimento sottile e prezioso come Seta.
Ho suonato il pianoforte con Novecento.
Ho vissuto la saga dei Buendia a Macondo
e ho subito il fascino ipnotico del colonnello Kurtz.
Mi sono fermata ad Eboli
e ho passato l’estate tra gli ultimi Gattopardi a Donnafugata.
Ho gustato gli arancini a Vigata e fatto il bagno a Marinella.

“Sono solo parole”: certo, sì, ma parole in grado di trasportarci in un altrove dal quale si torna migliori di quando si è partiti.

Spero ne abbiate regalati e ricevuti tanti a Natale: un libro è tra le cose più preziose che esistano. Chi ve lo dona tiene davvero a voi.
Aprendo un libro si guarda il mondo con altri occhi: si assume un altro punto di vista e si esce dal recinto troppo stretto del proprio, si crea un rapporto personalissimo e unico, diverso da lettore a lettore, tant’è che vogliamo vedere come va a finire la storia, ma non vorremmo mai finire il libro.

«Mi fanno impazzire i libri che quando hai finito di leggerli vorresti che l’autore fosse il tuo migliore amico, per telefonargli ogni volta che ti va» dice Salinger ne Il giovane Holden.
Finita un’avventura, ne possiamo iniziare subito un’altra. E possiamo vivere e viaggiare senza fermarci mai!
Lo scrittore israeliano Amos Oz che ci ha lasciato il 28 dicembre scorso, scriveva:
«I libri, loro non ti abbandonano mai. Tu sicuramente li abbandoni di tanto in tanto, i libri, magari li tradisci anche, loro invece non ti voltano mai le spalle: nel più completo silenzio e con immensa umiltà, loro ti aspettano sullo scaffale».

 

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La cultura

Quando ci si prende la responsabilità
di trasmettere la tradizione
si ammette la propria appartenenza
a quella tradizione.

Ed è da lì, da quel passato solido e certo, che ha inizio la vera rivoluzione.

La rivoluzione della cultura.

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Per un mondo migliore

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Faber

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