Scuola e famiglia unite nella sfida del secolo: educare!

Educare istruendo: questa la missione della scuola

Educare amando: questa la funzione della famiglia.

Possono operare in sinergia?

La risposta è sì! Senza rimpallarsi responsabilità e colpe, possono e devono agire insieme, dalla stessa parte, per il bene di questa società e delle generazioni future.

Quotidianamente la cronaca riporta episodi di aggressività e violenza che si consumano laddove più ci si dovrebbe sentire al riparo: le mura domestiche e le aule scolastiche.

Sia la violenza di genere, sia il bullismo (anche nella sua versione più tecnologica che è il cyberbullismo) hanno una matrice comune: la scarsa considerazione verso la dimensione affettiva e l’incapacità di individuare e accettare fragilità e differenze.

Quando si arriva a parlare di punizioni è già tardi. Le misure repressive si prendono quando l’atto è compiuto, mentre l’emergenza educativa di fronte alla quale famiglia e scuola si trovano va affrontata a monte, ricorrendo a nuovi percorsi formativi che, in tutte le tappe del curricolo scolastico, educhino all’intelligenza emotiva e alla dimensione affettiva.

Leggersi dentro, acquisire la consapevolezza della propria interiorità, ascoltare “i moti del cuore”, sollecita modalità relazionali che inducono alla scoperta e al rispetto dell’altrui mondo interiore e, se tale strada viene percorsa fin da subito (nella famiglia prima e nella scuola poi), favorire la creazione una generazione che abbia una cultura della sfera emotiva, più rispettosa e accogliente nei confronti dell’altro, sarà possibile.

Coniugare le competenze cognitive con le istanze emotive si configura come la vera sfida dei sistemi educanti del nostro tempo. La scuola non può e non deve privilegiare le une senza aver cura delle altre.

Quando proponiamo agli studenti un brano dell’Iliade, un canto della Commedia di Dante, un sonetto di Foscolo, li avviamo certo verso l’acquisizione delle competenze specifiche della disciplina, ma apriamo occhi e cuore verso i sentimenti che hanno generato quelle opere e i valori irrinunciabili su cui esse si fondano e che continuano a trasmetterci ad ogni lettura.

Convinti che la scuola debba essere il luogo in cui si investe sul futuro, nel mio Istituto (il “Majorana” di Brindisi) i docenti hanno elaborato e attivato (tra gli altri) due progetti che vanno in questa direzione.

Il primo è il progetto “SENZA VIOLENZA” (promosso dall’Associazione “SinP Sociologia in Progress. Ricerca, Cultura e Comunicazione Sociale”, coordinato dalla sociologa Cinzia Nocco) per prevenire e contrastare i comportamenti aggressivi che si verificano a scuola e nei luoghi di socializzazione. Protagonisti gli studenti delle classi prime che si stanno mostrando particolarmente attenti ad approfondire la portata dei fenomeni bullismo e cyberbullismo e desiderosi di costruire relazioni fondate sul rispetto dell’altro.

Il secondo è quello che istituisce “L’ORA CONTRO LA VIOLENZA DI GENERE”. Un progetto davvero unico, poiché prevede che ogni settimana, nello stesso giorno e nella stessa ora, tutte le classi mettano da parte materie, interrogazioni e compiti in classe per riflettere, approfondire, meditare, elaborare pensieri, idee, lavori sul tema. Pensate! 1300 studenti, contemporaneamente, per otto mesi s’interrogano, s’indignano, mettono in discussione stereotipi e luoghi comuni. Dalle discipline scolastiche si passa alla grammatica dei sentimenti, alla geometria della dignità, alla poesia dell’umanità. Come educatori ci siamo detti che potevamo e dovevamo fare qualcosa. Naturalmente prima di incamminarci per questo delicato e impervio sentiero, abbiamo frequentato un corso di formazione che la scuola ha organizzato per noi con la psicologa Romana Cretazzo.
Abbiamo scelto un “intervento capillare e trasformativo” che avesse durata nel tempo e fosse rivolto ai singoli gruppi classe. Un “problema antico e diffuso in tutto il mondo, che affonda le sue radici in un certo quadro culturale che nessuna modernità ha ancora sconfitto”, non poteva essere contrastato solo in sporadiche occasioni come l’assemblea d’istituto, la visione di un film o un solo incontro con l’Associazione di turno.

L’ORA CONTRO LA VIOLENZA fa parte del tessuto vivo del nostro percorso scolastico e formativo. Investire nell’educazione, vuol dire investire nel futuro.

Prof.ssa Giusy Gatti

IISS “E.Majorana” Brindisi

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LA BELLEZZA DEL PENSIERO FILOSOFICO-LUIGI PIRANDELLO

DURANTE I MIEI STUDI, GLI APPROFONDIMENTI, LE RICERCHE CHE FACCIO PERCHE’ IL MIO LAVORO CONSERVI UN ELEVATO STANDARD DI QUALITA’, MI CAPITA DI IMBATTERMI IN ALCUNI TESTI LETTERARI CHE, AL DI LA’ DELLO SPECIFICO ARGOMENTO CHE TRATTANO,
CONTENGONO UN’INTRINSECA BELLEZZA…

…LA BELLEZZA DEL PENSIERO.

SONO TESTI DENSI, CARICHI DI SENSO E DI SIGNIFICATO, SPUGNE CHE PER QUANTO LE SI STRIZZI, NON FINISCONO MAI DI STILLARE GOCCE DI CONOSCENZA…

LA LORO LETTURA E’ PURO GODIMENTO, E QUANDO QUESTA E’ TERMINATA…
…E’ COME SE TI RIMANESSE IN BOCCA IL SAPORE PARADISIACO DI UN NETTARE DESIDERATO DA TEMPO E FINALMENTE GUSTATO…

GLI SCRITTI DI LUIGI PIRANDELLO HANNO PER ME IL SAPORE ASPRO E DOLCE DEGLI AGRUMI DI SICILIA
E IL PROFUMO DELLE ZAGARE CANDIDE E AULENTI (PRESTITO…DANNUNZIANO).
SONO TESTI PER RIFLETTERE…
IN CUI UNA RISATA SI TRASFORMA IN UN SORRISO AMARO…
REALTA’ E APPARENZA…
…VERITA’ E FINZIONE
…IL VOLTO E LA MASCHERA…
…LA VITA!

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Non esiste un vascello veloce come un libro per portarti in terre lontane… Piccolo elogio della lettura

Quando un libro viene aperto, comincia a respirare.
E dopo poche righe, è il nostro respiro che diventa una cosa sola con quello del protagonista della storia.
In quelle pagine c’è una vita che non vivrò mai. Peccato o meno male…poco importa.

Un libro è ben altro che “solo parole”.

In un libro c’è tempo: un tempo che non avrò mai, ma che mi viene gentilmente concesso di vivere grazie alla generosità dell’autore.
Non dico “immaginare”, ma proprio “vivere”!

In un libro c’è un luogo: un luogo dove non andrò mai…ma che ho visto con i miei occhi…ci sono stata, ne ho respirato il profumo, ne ho sentito il calore…il freddo…la luce…il tramonto.

Ero lì…quando Orlando ha scoperto Angelica innamorata di un semplice fante…
Ho visto l’orrore negli occhi di Tancredi nello scoprire il volto pallido di Clorinda
Beatrice mi ha trasportato su, sempre più su…fino all’Empireo!

Ho vissuto la fatica di Tom nella costruzione delle cattedrali, “pilastri della terra”
Ho sentito l’ombra del vento, nel Cimitero dei libri dimenticati
Ho fatto amicizia con una volpe, che ha visto nei miei capelli il colore del grano

Ho palpitato per la sorte degli Arslanian
Ho sceso quasi un milione di scale al braccio di Montale
Sono stata in trincea col compagno stramazzato
Ho tremato di freddo mentre rasavano i capelli agli ultimi ebrei arrivati ad Auschwitz
Ho sentito il fruscìo delle foglie sul colle dell’infinito
Ho parlato ad uno specchio chiedendomi se quell’immagine riflessa fosse una o nessuna…
Ho visto Ulisse sterminare i Proci
il Grande Fratello mi ha convinta che 2+2=5
Ho visto Lucia che disperata giura che non sposerà più Renzo
e Giulietta che si finge morta
Ho seguito Guglielmo da Baskerville nelle sue indagini
E ho fatto l’autostop on the road
Ho provato la bianca Cecità nella città senza nome
Ho seguito il Bianconiglio in un mondo sotterraneo
e ho provato un sentimento sottile e prezioso come Seta
Ho suonato il pianoforte con Novecento
Ho vissuto la saga dei Buendia a Macondo
e ho subito il fascino ipnotico del colonnello Kurtz
Mi sono fermata ad Eboli
e ho passato l’estate tra gli ultimi Gattopardi a Donnafugata.
Ho gustato gli arancini a Vigata e fatto il bagno a Marinella…

“Sono solo parole…”

Certo, sì, ma parole in grado di trasportarti in un altrove dal quale si torna migliori di quando si è partiti.

Il libro è tra le cose più preziose che esistono.
Un libro è come una persona, perchè è fatto da una persona e parla di persone.
Vedi il mondo con altri occhi quando apri un libro.
E’ come assumere un altro punto di vista e uscire dal recinto troppo stretto del proprio.

Non vedi l’ora di vedere come va a finire la storia, ma non vorresti mai finire il libro.

«Mi fanno impazzire i libri che quando hai finito di leggerli vorresti che l’autore fosse il tuo migliore amico, per telefonargli ogni volta che ti va» dice Salinger ne Il giovane Holden.

E’ proprio così: si crea un rapporto personalissimo e unico, diverso da lettore a lettore.
E noi possiamo vivere e viaggiare senza fermarci mai!
Ho visto cose che voi umani…”solo” perchè ho aperto un libro!

“Il tempo per leggere, come il tempo per amare,dilata il tempo per vivere” Daniel Pennac

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La letteratura per me

Nella letteratura c’è tutto.
Quelli che ci hanno preceduto, noi stessi e quelli che verranno.
I pensieri già pensati e già scritti, le idee nel loro farsi e quelle che pensiamo di non aver ancora avuto.
I sentimenti già provati,quelli che ci annodano lo stomaco e quelli che si devono ancora generare.

C’è tutto nella letteratura.

La letteratura è un viaggio all’interno dell’uomo,
un viaggio dentro di noi

Mondo nel libro

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Foscolo e l’eterno canto della poesia

Nel corso della propria vita, istintivamente o razionalmente, l’uomo è proteso verso l’infinito. Non si rassegna alla prospettiva di una breve parabola su questa terra e aspira a consegnare se stesso e la propria opera all’eternità.
L’attribuzione alla poesia di una funzione “eternatrice” è, nella poetica foscoliana un tratto peculiare. Sottrarsi allo scorrere inesorabile del tempo e al suo potere distruttivo, diventa per il poeta l’obiettivo della sua attività letteraria. Superare le barriere troppo anguste della condizione umana per avvicinarsi all’immortalità è un traguardo che si raggiunge solo attraverso un’arte che abbia, come canone distintivo, la “bellezza ideale” delle statue greche che, nella loro marmorea plasticità hanno sfidato il tempo, rendendo eterno, appunto, il messaggio di cui erano e rimangono portatrici.
Foscolo non poteva non farsi portavoce di questa eco che viene dal passato: la nascita in terra ellenica lo aveva segnato profondamente. Il fatto che la corrente letteraria più in voga del tempo fosse il Neoclassicismo, appare solo come una felice coincidenza: Foscolo sarebbe stato neoclassico a prescindere dalle mode del suo tempo.
Quella che gli aveva dato i natali era la mitica terra di Omero che aveva consegnato se stesso alla storia cantando “l’acque fatali” attraverso le quali, “bello di fama e di sventura” il suo eroe, Ulisse, era riuscito a baciare “la sua petrosa Itaca”. Zacinto sarebbe rimasta un puntino sulla carta geografica se Foscolo non l’avesse resa patrimonio eterno dell’umanità.

E’ alla classicità che Foscolo si ricollega, al poeta latino Orazio che nei Carmina afferma orgoglioso “Ho compiuto un’opera memorabile, più durevole del bronzo,/ più elevata della regale mole delle piramidi” ed è la consapevolezza di aver creato qualcosa di grande che lo porta ad affermare con sicurezza “Non tutto di me morrà, la mia più grande/parte non scenderà a Libitinia/e crescerò di gloria sempre nuova” (Orazio, Carmina, III, 30, trad. it. Di L.Canali). «Non omnis moriar» (v. 6) decreta il poeta latino, con un verso di per sé bello ed eterno cui nessuna traduzione può mai rendere giustizia, perché in quell’affermazione di immortalità è contenuto un concetto che ne consacra anche l’autore.
La Bellezza idealizzata da Winkelmann, calma e nobile, è l’ideale che dal passato va recuperato, perseguito nel presente e consegnato alla dimensione eterna. Foscolo celebra nelle Odi la “bellezza muliebre che (…) viene eternata dal canto dei poeti, che a quelle creature danno l’immortalità delle dee” (N.Mineo, Ugo Foscolo in La letteratura italiana. Storia e testi, Laterza, Bari, 1977).
La poesia dunque ha il fine sublime di strappare alla corrosione del tempo i personaggi che la ispirano: non solo gli eroi dunque, non soltanto i vincitori, ma anche i vinti che, sia pur sconfitti, non vengono consegnati all’oblìo, ma restano vivi nel ricordo, testimoni del loro ruolo nella storia:
“E tu, onore di pianti, Ettore, avrai,/Ove fia santo e lagrimato il sangue/Per la patria versato, e finchè il Sole/Risplenderà su le sciagure umane.” (Dei sepolcri, vv.292-295)

Pur già presente nei Sonetti e in gran parte nelle Odi, è nel Carme Dei sepolcri, appunto, che Foscolo fa l’apoteosi della poesia come mezzo di immortalità. La quarta e ultima sezione (vv. 213-295) è dedicata al potere della poesia e alle Muse che, ispirandola e facendosi custodi dei sepolcri, li animano di un canto che «vince di mille secoli il silenzio» (v. 234).
Il poeta di Zante introduce la sua riflessione sulla poesia eternatrice servendosi ancora una volta del mito classico e riferendosi prima alle vicende di Aiace, poi a quelle della famiglia di Priamo, distrutta dalla guerra. Qui crea un parallelismo: se la tomba garantisce, con la sua concretezza materiale, il ricordo dei defunti, la poesia si fa testimone di una forma di memoria ancor più elevata e duratura.
Negli ultimi versi dei Sepolcri, possiamo cogliere il richiamo all’origine stessa del tema della poesia eternatrice: di nuovo le sventure dei mortali, di nuovo le sofferenze della guerra, ma, sopra a tutto ciò, il canto di un “vate sacro” (Carm.IV9 28).

L’originalità di Foscolo sta dunque nella funzione e nel messaggio che la poesia invoca per sé: la missione “civilizzatrice” che “rende operativa la lezione dei Sepolcri, rimettendola in vita” in una società sorda al richiamo delle “urne dei forti”. E’ proprio nel periodo di decadenza nel quale Foscolo si trova costretto a vivere che la poesia assume un valore irrinunciabile, “unico esempio possibile di riscatto umano e civile” (P.Cataldi, Ugo Foscolo, “Dei sepolcri”, in “Allegoria”, 23, VIII, Nuova Serie, 1996).

InSaeculaSaeculorum

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L’unica dimensione dell’amore? La follia. Alda Merini e Giorgio Manganelli

Alda Merini e Giorgio Manganelli si conoscono alla fine del 1949 e fin da subito lo spettro della follia aleggia attorno alla loro relazione.

Lei ha compiuto diciotto anni a marzo, il “21 a primavera” ed è già “Alda Merini la poetessa” («Sono nata così, perché sono nata scrivendo»), consacrata dal sostegno dello scrittore e critico Giacinto Spagnoletti che per primo ne aveva intuito il talento e che «nella Milano della ricostruzione, adolescente, (…) le aprì le porte del mondo intellettuale della città».

Fu proprio Spagnoletti a presentarli.

Lui ha 27 anni e non è libero: sua moglie Fausta Chiaruttini (che aveva sposato nel ’46) aveva  dato alla luce la figlia Lietta nel 1947.

In La letteratura come menzogna, (Feltrinelli, 1967) Manganelli sosterrà che il compito della letteratura è la contestazione, trasformare la realtà in menzogna, in scandalo e in mistificazione.

Due personaggi per nulla sentimentalisti o smielati, dunque: decisamente non facili.

Quel 1949 sarà un anno cruciale.

Alda comincia ad avvertire la presenza delle «prime ombre» della sua mente. Iniziano le visite da Fornari («Il manicomio è come la rena del mare – ricorderà più tardi lo specialista – se entra nelle valve di un’ostrica genera perle»), da Musatti e da Clivio.

Nel 1950 la poetessa verrà internata per un mese all’ospedale psichiatrico di Villa Turro con la diagnosi di disturbo bipolare.

Manganelli è determinato ad aspettarla: quella ragazza tormentata, così diversa dalle sue coetanee, con un mondo interiore profondissimo e un talento già visibile, lo ha incantato.

Gli incontri tra loro sono fatti di parole, di dialoghi fitti e intensi. I temi: la morte, la follia, i genitori.

Lei ama quelle parole una ad una, ama come Manganelli le distilla, ama il modo in cui lui la ama: attraverso i libri, i versi e il presagio della fine che quelle parole evocano. È la Merini stessa a testimoniarlo:

«(…) Il gergo di Manganelli

Oh, lui parlava fitto e innamorato
come una rondine stellata,
pieno di germi d’addio.
Era un linguaggio provenzale
con una cadenza andalusa
e con le mani sfiorava i miei libri,
invece del volto, e diceva:
“Che strano frumento
ti cresce nei capelli”.
Allora, con la falce del viso,
tentava di mietermi il sorriso
finché finimmo
nel gergo della passione».

(da La palude di Manganelli o il monarca del re, ed.La Vita Felice, 1992).

La relazione tra i due durerà tre anni. Un tempo relativamente breve, trascorso all’insegna dello scavo interiore, del sentimento che lacera e dilania, ma che contribuirà a definire la poetica di Manganelli che risulterà indelebilmente segnata da quell’incontro.

La vocazione poetica è presente già nelle corde dello scrittore, circondato da poetesse da sempre: sua madre scrive poesie, sua moglie pure. Le sue prove giovanili sono proprio ispirate alla religiosità esasperata della madre e quindi, di molto precedenti all’incontro con Alda.

Ma quella relazione lo spiazza: «Quando lo violentai – avrebbe ricordato più tardi la Merini – lui rimase senza parole… per mesi e mesi, finché si decise a prendere in mano la penna. Fui io che feci di Manganelli un grande scrittore».

«L’amore è un eccellente combustibile per alimentare il malessere che può condurre alla letteratura – avrebbe dichiarato più tardi lo scrittore, confermando il ruolo determinante di quel sentimento come “chiave” per schiudere le porte della poesia – È importante, estremamente importante che l’amore vada male. L’amore è la più importante matrice di menzogna, e la menzogna la più grande matrice di mondi».

E infatti questo amore prosegue “male” come dev’essere per Manganelli.

«Ero così tremenda – dirà Alda – che mi soprannominò la bakunina e il nostro amore andò avanti a suon di schiaffoni (…) Coloro che credono che facessimo l’amore sul tavolino di un bar letterario sbagliano, in realtà meditavamo la morte dei nostri genitori».

Maria Corti, la celebre autrice de L’ora di tutti, amica dello scrittore fin dai tempi dell’università, ricordava bene quel periodo: «Ogni sabato pomeriggio lei e Manganelli salivano le lunghe scale senza ascensore del mio pied-à-terre in via Sardegna e io li guardavo dalla tromba della scala: solo Dio poteva sapere che cosa sarebbe stato di loro. Manganelli più di ogni altro la aiutava a raggiungere coscienza di sé, a giocarsi bene il destino della scrittura al di là delle ombre di Turro» (introduzione a Vuoto d’amore della Merini, Einaudi, 1991).

Molti anni più tardi sarà proprio la Merini a fornire la propria “lettura” di quella relazione: «Io credo che per Manganelli sono stata il suo demone, il suo demone ispiratore». Lo descrive come un uomo di grande spessore intellettuale, ma interiormente diviso, quasi spaventato di fronte ad una donna di carattere come Alda, nonostante, anagraficamente, fosse poco più che un’adolescente. «Per lui ero un dramma – dirà – ero una mina vagante».

Le pieghe di questo amore contrassegnato dalla follia vengono fuori dalle poesie di colui che conosciamo come il prosatore eccentrico e funambolico della Hilarotragoedia, di Sconclusione e de La notte.

Dopo essere rimaste per oltre cinquant’anni nell’archivio privato di Lietta, figlia dello scrittore, le Poesie di Giorgio Manganelli vedono la luce nel 2006 per i tipi della casa editrice Crocetti (a cura e con uno scritto di Daniele Piccini, postfazione di Federico Francucci, Aryballos 59, Crocetti Editore 2006). Queste 150 “prove di laboratorio” scritte per lo più negli anni Cinquanta, sono ripartite in tre sezioni: le “Poesie“, raccolte dall’autore in una forma prossima ad un’elaborazione finale (con tre appendici); una sezione di “Altre poesie” e l’ultima di “Poesie giovanili“.

Grazie alla mediazione poetica emerge un Manganelli già fortemente sedotto, fin dalle prime prove, dalla lingua letteraria alla quale dedica un lungo lavorio di riflessione e di cesello («L’amore è stata una parte importante della mia vita, seconda soltanto allo studio delle lingue»). Popolati da “figure femminili perdute, in parte rimpiante, in parte allontanate come con un gesto di fastidio per sé, per la propria debolezza”( Gian Paolo Serino, La Repubblica, 11/02/2007) mostrano un “sontuoso, immaginifico splendore linguistico in veste poeticaper nulla secondario rispetto alla sua ricca produzione in prosa.

Emblematica della concezione dell’amore e del rapporto drammatico con l’altro sesso, la lirica Ti paragonerò dunque, in cui Manganelli compara l’ amata al giorno estivo e alla rosa in continuità con la tradizione (dagli Stilnovisti a Shakespeare), ma anche al tetano, alla lebbra, al tumore (più affine a Simbolisti e Scapigliati).

Ti paragonerò dunque
amore mio, mio amore
ad un giorno estivo, o trepida rosa
(una rondine sarebbe forse
più acconcia, o una farfalla?)
O non piuttosto, amore mio, mio amore
ti farò simile al tetano
che inchioda le mascelle,
alla lebbra paziente
che accima la carne indifesa
o all’ulcera, fiore perplesso,
o al tumore, autonomo individuo,
che cresce nel corpo
per verginale gravidanza?
Mia rosa mostruosa,
delicata, indolente paranoia.

(Poesie, Appendice IIa, op.cit.)

Racconta lo scrittore Tommy Cappellini: «Alla fine del 1953 qualcosa si ruppe irreparabilmente tra la Merini e Manganelli. Questi non riusciva, stando alle parole scritte da Alda, a ottenere una separazione consensuale dalla moglie. Fuggì allora su una Lambretta alla volta di Roma. Ma si trattò di fuga? Il racconto della figlia di Manganelli, Lietta, è più verosimile: suo padre e sua madre vivevano a Milano in una casa di dieci stanze, perfetta per chi non poteva soffrirsi. Un giorno Giorgio arriva a casa, trova delle valigie pronte e dice alla consorte: “Oh che bello, viene a trovarci tua madre?”. “No, sei tu che te ne vai”».

«Preso da un’incompatibilità affettiva con il grigiore di Milano – dirà poi lo stesso Manganelli – mi sono autodeportato a Roma».

Ne La notte (a cura di Salvatore Silvano Nigro, Adelphi, Milano, 1996) lo scrittore fornirà la propria descrizione in terza persona dell’amore con Alda: «Entrambi furono rozzi, sleali, poveri, scontenti, fedeli. Non ebbero pazienza l’uno per l’altra. Si disprezzarono. Non si odiarono, perché la loro povera anima non era capace di odio; erano sterili, cauti, allegri. Amavano bere, raccontavano storielle oscene, erano severi con gli innocenti, codardi coi colpevoli. Il loro letto non fu il fidato rifugio delle confidenze serali, ma un luogo di amare riflessioni… Non fecero mai lo stesso sogno nella medesima notte; non dissero mai le medesime parole nello stesso respiro… Del resto, queste sono cose che accadono di rado. Durante tutta la loro vita, essi vennero preparando questo sarcofago nuziale».

In forma poetica gli fa eco la “versione” della Merini:

Molta gente mi ha

domandato di te,

come se fosse possibile

domandare a un morto

che cos’era in vita.

Non eri nulla.

Anch’io,

quando chiedono se sono una poetessa,

mi vergogno,

mi vergogno in modo amabile e gentile,

come tu ti vergogni di “essere” la poesia

e la vita.

Giorgio, non sono un valzer,

e se l’opera d’arte casualmente lo è,

è semmai come il valzer triste di Sibelius,

una cosa amara e dolcissima

che traligna verso la morte.

Sai, una donna decomposta,

come sono io,

un uomo decomposto,

com’eri tu,

non potevano che trasmigrare

in due figure di sogno,

un grande pinocchio

e una fatina petulante e misera che,

come Coppelia, vanno a vedersi

dall’alto di un loggione

di cartapesta.

Idealmente, io e te, abbiamo portato

un cappello a sonagli

per tutta la vita.

(op.cit.).

«È importante, estremamente importante – aveva detto Manganelli – che l’amore vada male». E “male” finisce quell’amore: «Lo sai dunque che questa è la descrizione del nostro amore, che io non sia mai dove sei tu, e tu non sia mai dove sono io?»

Rievocando quella importante parentesi della sua vita, Alda verseggia:

A te, Giorgio,
noto istrione della parola,
mio oscuro disegno,
mio invincibile amore,
sono sfuggita, tuo malgrado,
eppure mi hai ingabbiato
nella salsedine
della tua lingua.
Tu, primissimo amore mio,
hai avuto pudore
del mio atroce destino,
tu mi hai preso un giorno
sull’erba, al calore del sole,
la perla della mia giovinezza.
Com’era bello, amore,
sentirti spergiuro.
E tu che non volevi.
Tu, per cui ero
la sofferta Beatrice delle ombre.
Ma non eri tu ad avermi,
era la psicanalisi.
E in fondo, Giorgio,
ho sempre patito
quel che ti ho fatto patire.

(op.cit.).

Che sia stato amore non c’è alcun dubbio: mille sono le facce di questo sentimento che, come un prisma, rimanda e rinvia riflessi dall’intensità diversa. «Certo mio padre amava Alda – ricorda la figlia Lietta – ma mio padre aveva quella sindrome, che è tipica delle donne, che io chiamo la “sindrome della crocerossina” dell’“io ti salverò”. Copione che era già stato messo in atto con mia madre».

Scrive Manganelli:

Nell’amorosa quiete delle tue braccia
oltre all’accoppiamento
vi è quest’altro abbraccio
che è una stretta immobile.

Siamo ammaliati, stregati,
siamo nel sonno, senza dormire
siamo nella voluttà infantile
dell’addormentamento.
È il momento delle storie raccontate,
della voce che giunge a ipnotizzarmi
a straniarmi. È il ritorno alla madre.

In questo incesto rinnovato
tutto rimane sospeso:
il tempo, la legge, la proibizione.
Niente si esaudisce, niente si desidera:
tutti i desideri sono aboliti
perché sembrano essere
definitivamente appagati.
(Poesie, op.cit.)

Manganelli lo dice che l’ha amata. L’ha amata di un amore senza desiderio, perché quell’amore era già l’appagamento di ogni desiderio.

(con la preziosa supervisione di Lietta Manganelli).

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Oceano mare

“L’unica persona che mi abbia davvero insegnato qualcosa, un vecchio che si chiamava Darrell, diceva sempre che ci sono tre tipi di uomini: quelli che vivono davanti al mare, quelli che spingono dentro il mare, e quelli che dal mare riescono a tornare, vivi. E diceva: vedrai la sorpresa quando scoprirai quali sono i più felici. Io ero un ragazzo, allora. D’inverno guardavo le navi tirate in secca, tenute su da enormi stampelle di legno, con lo scafo in aria e la deriva a tagliare la sabbia come una lama inutile. E pensavo: io non mi fermerò qui. E’ dentro al mare che voglio arrivare. Perché se c’è qualcosa che è vero, in questo mondo, è laggiù. Ora sono laggiù, nel più profondo del ventre del mare. Sono ancora vivo perché ho ucciso senza pietà, perché mangio questa carne staccata dai cadaveri dei miei compagni, perché ho bevuto il loro sangue. Ho visto un’infinità di cose che dalla riva del mare sono invisibili. Ho visto uomini disfarsi e tramutarsi in bambini. E poi cambiare ancora e diventare bestie feroci. Ho visto sognare sogni meravigliosi, e ho ascoltato le storie più belle della mia vita, raccontate da uomini qualunque, un attimo prima di buttarsi in mare e sparire per sempre. Ho letto ne cielo segni che non conoscevo e fissato l’orizzonte on occhi che non credevo di avere. Cos’è l’odio, veramente, l’ho capito su queste assi insanguinate, con l’acqua del mare addosso a imputridire le ferite. E cos’è la pietà, non lo sapevo prima di aver visto le nostre mani di assassini accarezzare per ore i capelli di un compagno che non riusciva a morire. Ho visto la ferocia, nei moribondi spinti a calci giù dalla zattera, ho visto la dolcezza, negli occhi di Gilbert che baciava il suo piccolo Léon, ho visto l’intelligenza, nei gesti con cui Savigny ricamava il suo massacro, e ho visto la follia, in quei due uomini che una mattina hanno spalancato le ali e se ne sono volati via, nel cielo. Dovessi vivere ancora mille anni, amore sarebbe il peso lieve di Thérèse, tra le mie braccia, prima di scivolare tra le onde. E destino sarebbe il nome di questo oceano mare, infinito e bello. Non mi sbagliavo, là sulla riva, in quegli inverni, a pensare che qui era la verità. Ci ho messo anni a scendere fino in fondo al ventre del mare: ma quel che cercavo, l’ho trovato. Le cose vere. Perfino quella, di tutte, più insopportabilmente e atrocemente vera. E’ uno specchio, questo mare. Qui, nel suo ventre, ho visto me stesso. Ho visto davvero.

tratto da Oceano mare di Alessandro Baricco
Libro secondo, Il ventre del mareSchermata 2018-03-31 alle 17.43.33

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