La letteratura nascosta nell’‹‹epistolario più bello del Novecento››: Italo Calvino ed Elsa De Giorgi

Siamo a Roma nel febbraio del 1955.
Italo Calvino ha 32 anni. Da dieci collabora con la Casa Editrice Einaudi con cui ha già pubblicato Il sentiero dei nidi di ragno (1947), Ultimo viene il corvo (1949), Il visconte dimezzato (1952) ed è protagonista indiscusso della vita culturale del secondo dopoguerra.

La contessa Elsa De Giorgi (classe 1914), ha poco più di quarant’anni.
La sua è ‹‹una bellezza da madonna rinascimentale, bionda, grandi occhi azzurri, nasetto dritto, viso di un ovale classico›› (Masolino D’Amico): all’epoca dei “telefoni bianchi” era stata un’attrice molto amata. Discendente da una antica famiglia umbra, i Giorgi Alberti nobili di Bevagna e Camerino, patrizi di Spoleto, si era trasferita a Roma poco prima dei diciotto anni, quando, nel 1933 il regista Mario Camerini l’aveva scelta per il suo film T’amerò sempre.
In dieci anni (tanto durò la sua carriera cinematografica) aveva recitato in oltre trenta pellicole (Il fornaretto di Venezia, Capitan Fracassa, La maschera di Cesare Borgia). Poi aveva abbandonato il cinema per dedicarsi alla scrittura, alla scenografia e al teatro, dove viene diretta, fra gli altri, da Luchino Visconti e Orazio Costa, e recita al fianco di Renzo Ricci, Memo Benassi e Tino Carraro.
Gradualmente le sue apparizioni si fanno sporadiche, ad eccezione di una parte importante con Strehler nei Giacobini di Zardi (1957), e di “un ultimo inquietante cammeo” in Salò o le 120 giornate di Sodoma (1977), di Pier Paolo Pasolini.

Elsa è una donna passionale e coraggiosa: durante il Ventennio aveva assunto posizioni nettamente antifasciste che l’avrebbero portata poi a sostenere in modo attivo la Resistenza romana.

Animatrice di un ambito e frequentatissimo salotto romano, Elsa ama circondarsi delle menti più prolifiche del Novecento: ‹‹Scelsi senza esitazione l’amicizia offertami da gente come Trilussa, Savinio, Cecchi, Palazzeschi, Sibilla Aleramo, Lina Pietravalle, la Magnani allora ancora non rivelata. (…) – racconta – l’attrazione verso gli spiriti geniali era istintiva. Il primo lusso cui mi abbandonai, indipendente e padrona di casa, fu l’ospitalità, il piacere di accoglierli, accostarli tra loro. Già allora avevo il gusto di riunire la gente nel più assoluto disinteresse››.
Quando incontra per la prima volta Italo Calvino è il 1955, dicevamo. In alcuni quaderni l’attrice-letterata aveva raccolto i ritratti dei protagonisti dell’antifascismo e della Resistenza romana ed Einaudi aveva deciso di pubblicare quegli appunti.
Per la prefazione viene scelto Gaetano Salvemini; Carlo Levi disegna la copertina, ma il libro ha bisogno di editing e Giulio Einaudi affida questo compito ad uno dei suoi migliori redattori: Italo Calvino appunto. Il libro verrà pubblicato con il titolo I coetanei e quello stesso anno vincerà il Premio Viareggio.
Elsa è una donna bellissima e di grande fascino, con tutti i requisiti e gli atteggiamenti della diva: grande temperamento, passioni, litigi, amori. Il suo fascino ha un effetto fortissimo sul giovane scrittore: scocca il colpo di fulmine.
Da quel giorno, ogni giorno per tre anni, Calvino le scrive più di quattrocento lettere: un carteggio che, per l’intensità della passione che esprime, venne definito da Maria Corti ‹‹l’epistolario più bello del Novecento››.

Elsa però è sposata con il conte fiorentino Alessandro Contini Bonacossi (Sandrino), rampollo di una delle famiglie più in vista della capitale ed erede di una favolosa collezione di dipinti antichi.
In quei giorni, tuttavia, si verifica un fatto davvero misterioso. È il redattore della rubrica “Confidenze italiane” del settimanale L’Espresso, Mino Guerrini (che firmava i suoi pezzi con lo pseudonimo di “Minimo”), a riferire la circostanza: ‹‹Elsa era molto bella quella sera, con un vestitino ampiamente scollato, e Sandrino appariva un po’ eccitato, più innamorato del solito››. Si riferisce alla festa per il loro settimo anniversario di matrimonio. ‹‹La mattina dopo si svegliò presto e disse alla moglie: “Faccio una scappata a Firenze. Tornerò nel pomeriggio.” Invece non tornò né il pomeriggio né il giorno seguente››.
La scomparsa di Sandrino Contini apre un’altra vicenda ancora oggi poco chiara intorno alla collezione d’arte della famiglia Bonacossi, ricca di più di mille capolavori firmati Tiziano, Cimabue, El Greco, Goya, Ghirlandaio, Murillo.
In realtà il conte riappare solo un anno dopo per chiedere il divorzio da Elsa. Lei rifiuta, aprendo un violento e lungo scontro per l’eredità Bonacossi. Poi scompare definitivamente.
Nel 1975 sarebbe stato ritrovato morto nel suo residence di Washington, impiccato con due corde ad un tenda che non avrebbe mai potuto reggere il suo peso, sollecitando ben altre congetture.

Ma torniamo a Calvino.
‹‹La De Giorgi aveva un senso artistico della realtà, un potere fantasioso che riversava nel suo parlare metaforico – dichiarò Maria Corti che aveva letto il carteggio appassionato tra i due – Era difficile che Calvino, conosciutala, non si innamorasse di lei››.

Tra le righe delle lettere viene fuori un Calvino inedito, inaspettato, privato, completamente diverso dall’immagine stereotipata di uomo schivo e timido, intellettuale moralista ed etichettato dai critici come “freddo” (lui, che era nato a Cuba!).

 

È tenero e appassionato quando scrive: ‹‹ È terribile come la guerra, la felicità che mi dai. E la cosa più esaltante di quel che provo fra le tue braccia è quando penso che chi ti abbraccia non è che sia un altro, sono io››.
È innamorato pazzo di Elsa: la chiama “Paloma”, “Raggio di Sole”. Nelle lettere si spinge fino alla sensualità e all’erotismo.
La loro relazione, nonostante i due cercassero di tenerla nascosta, fu chiacchieratissima nell’ambiente letterario e i giornali scandalistici ne parlarono, sebbene il gossip non fosse ancora un genere vero e proprio. Fu ancora Mino Guerrini de L’Espresso a insinuare che la dedica delle Fiabe Italiane di Calvino, “R.d.s.”, ovvero Raggio di sole, non fosse altro che l’anagramma imperfetto di Elsa De Giorgi. Il giornalista riuscì ad innescare il meccanismo del pettegolezzo, dato il ‹‹morboso desiderio della gente di conoscere ciò che dei personaggi più in vista non si vede››.

Per evitare illazioni e dicerie, in Ho visto partire il tuo treno (pubblicato nel 1992 da Feltrinelli) sarà la stessa Elsa De Giorgi a raccontare la biografia di quell’amore. La diva torna indietro con la memoria al fine di recuperare ‹‹(…) un tempo non perduto, ma vissuto in una storia che non è soltanto d’amore. Una storia che dovevo consegnare alla memoria di altri prima che una mano ignara e presuntuosa ne profanasse la verità››.
E non a caso sceglie di intitolare il libro prendendo la prima riga di una delle lettere di Calvino:
«Ho visto partire il tuo treno, tu al finestrino, t’ho salutata, non visto, dal finestrino del mio treno, bellissima… Il treno che mi sta trascinando su per l’Italia e quello che ti porterà verso il Sud mi paiono un’immagine di feroce violenza, come due cavalli frustati in direzioni opposte, che dilaniano un unico corpo».
È un amore complicato e furioso, fatto di incontri rubati, viaggi proibiti tra Roma e Torino, appuntamenti sui vari treni proprio come nei film o nei romanzi d’appendice, sullo sfondo di un momento storico estremamente delicato in cui la figura e l’opera del grande Calvino emergono in tutta la loro forza espressiva.
«Al termine di un viaggio per raggiungere l’amante – scriverà ne Gli amori difficiliun uomo capisce che la vera notte d’amore è quella che ha passato in uno scomodo scompartimento di seconda classe correndo verso di lei».

«Fu in quel momento, torturato dall’amore, che Calvino cominciò a sognare una vita sugli alberi» scrive Elsa, lasciando intuire di essere stata lei a ispirare a Calvino la fabula de Il barone rampante e le Fiabe. Anche dietro la Bradamante de Il cavaliere inesistente c’è lei.

«Se mi mancasse il tuo amore – le scrive Calvino – tutta la mia vita mi si sgomitolerebbe addosso».
Esigente e geloso della sua bellissima e corteggiata amante, prorompe: «Ho più che mai bisogno di stare fra le tue braccia. E questo tuo ghiribizzo di civettare che ora ti ripiglia, lo giudico un’intrusione di un motivo psicologico completamente estraneo all’ atmosfera che deve regnare fra noi».

«Cara, amore, ho sempre un’apprensione quando apro una tua lettera e uno slancio enorme di gratitudine e amore leggendo le tue parole d’amore. (…) quando parli con me di me ti sto a sentire a bocca aperta, abbacinato un insieme d’ammirazione per l’intelligenza, o incontenibile narcisismo, e di gratitudine amorosa (…)».
Calvino è un uomo pazzamente innamorato, più che mai distante dal cliché riprodotto nelle antologie scolastiche: «Gioia cara, vorrei una stagione in cui non ci fossi per me che tu e carta bianca e voglia di scrivere cose limpide e felici. Una stagione e non la vita? Ora basta, perché ho cominciato così questa lettera, io voglio scrivere del nostro amore, voglio amarti scrivendo, prenderti scrivendo, non altro. È forse anche qui la paura di soffrire che prende il sopravvento? Cara, cara, mi conosci troppo, ma no, troppo poco, devo ancora farmi conoscere da te, devo ancora scoprirmi a te, stupirti, ho bisogno di farmi ammirare da te come io continuamente ti ammiro».

E ancora: «Siamo davvero drogati: non posso vivere fuori dal cerchio magico del nostro amore».
Poi, improvvisamente, nel 1958, la storia s’interrompe.
«Calvino – scrive Elsa – persa la fede in un nostro futuro amoroso, scoraggiato dalla mia accanita difesa di Sandrino, si mise a ripeterne i gesti. Scomparve».
Da quando Sandrino aveva fatto perdere le sue tracce, infatti, Elsa aveva impegnato le sue energie per scoprire il mistero della fuga del marito e per evitare che la collezione andasse dispersa e venduta all’estero dai coeredi, come invece accadde.

È troppo per Calvino che ben presto rinuncia a questa sfida. «Stare accanto a una donna – aveva confidato a Guido Piovene – occupando provvisoriamente il posto di un altro, è vivere su un trapezio senza rete».

Della passione bruciante che li aveva uniti dal ’55 al ‘58 restano le lettere. Essere scrittori, padroneggiare lo “strumento” consente all’amore di non morire neanche quando il sentimento finisce.

Nell’epistolario, conservato nel Fondo Manoscritti di Pavia dal 1994, alcune lettere furono rese note nel ’90 dalla stessa De Giorgi. Lei voleva dimostrare quanto profondamente la loro storia d’amore avesse inciso sul percorso intellettuale e artistico dell’autore.
La “lettura” che del complesso dell’opera letteraria di Italo Calvino fece Maria Corti nel suo volume incompiuto e pubblicato postumo I vuoti del tempo va proprio in questa direzione. La studiosa, considerata «uno dei critici letterari più importanti del secondo Novecento italiano», a cui Elsa De Giorgi aveva affidato le quattrocento lettere d’amore di Calvino, ammette che quell’epistolario le ha consentito di «mettere a fuoco le strategie dello stile» dello scrittore.
Quell’amore, dunque, aveva cambiato la vita e la concezione della letteratura di Calvino. E le epistole rappresentano quella “letteratura nascosta” che, pur apparendo dissonante rispetto all’immagine che si ha dello scrittore, tuttavia, forniscono un contributo prezioso che porta a far luce sul suo complessivo modo di essere e di scrivere.
In un’intervista pubblicata su Il Giorno del 28 gennaio 1995, è la stessa De Giorgi a confermarlo: «Direi che inedite sono soprattutto le idee che Calvino mi espone. Ci sono rivelazioni sui suoi rapporti burrascosi con il Partito comunista, ai tempi dei fatti d’Ungheria, c’è Calvino che parla di Thomas Mann, Calvino che mi racconta il suo incontro con Lukacs».
Ed è Calvino stesso a riconoscere che proprio attraverso la relazione amorosa con Elsa si era compiuta la sua educazione sentimentale: «Da anni – ammetterà – mi consolidavo in una polemica antivitalistica (…). E adesso, da quando sono preso da questo amore che mi scatena come una forza di natura, sono più che mai partecipe di ogni manifestazione che punti su un sapore di vita (…) di frenesia, di passione».
L’‹‹epistolario più bello del Novecento››, testimonianza di una passione fortissima e di una relazione intellettuale prolifica, non è ancora venuto alla luce, custodito com’è in un inaccessibile cofanetto a Pavia.

Il 6 settembre 1985, nella sua villa nella pineta toscana di Roccamare, presso Castiglione della Pescaia, dove trascorreva le vacanze, Calvino viene colpito da un ictus. Morirà il 19 settembre un mese prima di compiere 62 anni per emorragia cerebrale.

Elsa De Giorgi si spegnerà al Policlinico di Roma il 12 settembre del 1997 per le complicazioni di una malattia sopraggiunta dopo un viaggio a Milano dove si era recata per ascoltare un concerto diretto da Riccardo Muti.

Sarebbero bastati 25 anni dalla morte di Calvino perché il carteggio potesse essere pubblicato: ne sono trascorsi 32 e il veto di Esther Judith Singer, sua moglie dal 1962, ancora permane.
Alla morte dello scrittore Elsa De Giorgi aveva detto “Gli intellettuali muoiono soltanto quando decidono di morire“.
Calvino è sui banchi, negli zaini, sui comodini, negli scaffali delle librerie e in quelli delle biblioteche. L’autore della Trilogia, di Marcovaldo, de Le cosmicomiche e Se una notte d’inverno un viaggiatore, attraverso lo spiraglio delle poche lettere giunte sino a noi appare ancora più vicino a chi lo ama da sempre e al cuore dei giovani verso i quali si apre come un’epifania.
‹‹Chi ama vuole solo l’amore, anche a costo del dolore»
‹‹Mi fai soffrire apposta, allora»
‹‹Sì, per vedere se mi ami»
(Il Barone rampante).

 

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Se mi chiedi chi sono

E se mi chiedi chi sono
Non ti parlerò di me.

Ti mostrerò una ruga sulla fronte
In mezzo agli occhi 
Che come il tempo si allunga.

Saprai che ho molto pensato.

Ti indicherò due segni
Ai lati della bocca
Come le parentesi del mio sorriso.

Ti accorgerai che molto ho gioito.

Ti porgerò la mano destra
Senza smalto senza ornamenti
Un ispessimento dove l’indice il medio e il pollice hanno stretto per decenni una penna.

Ho provato a esprimere i miei pensieri
E preso appunti sulla vita.

Se mi chiedi chi sono
Non ti parlerò di me

Perché se avrai mente e cuore
Ti basterà guardarmi.

GiusyGatti©tutti i diritti riservati.LUNA

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Ho imparato

Ho imparato a far caso alle piccole cose
Alle circostanze quotidiane
All’assenza di fastidio
Alla mancanza di dolore

Faccio caso se non ho mal di testa
Se le scarpe non sono strette
Se un elastico non mi stringe

Faccio caso se i miei stanno bene
Se nessuno ha telefonato per creare problemi
Se non ho caldo nè troppo freddo

Faccio caso alla mia coscienza pulita
Ai miei doveri assolti
Ai momenti di tregua con me stessa.

Una sensazione che assomiglia alla felicità.
Ci faccio caso.

GiusyGatti©tutti i diritti riservatifare caso alla felicità

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Da lontano

E guardo da lontano
la tua ombra che si allontana…

…e mi chiedo se il distacco sarà doloroso
o se sollievo sarà quello che sentirò
nel momento in cui ti vedrò scomparire

In attesa d’incontrarci di nuovo
in un altrove più lieve

…o sprofondare nel nulla
lasciandosi andare
ad un immemore oblìo

GiusyGatti©tutti i diritti riservatiallontanarsi

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“Mia cara Irma”: il Montale innamorato

«Vestito con buon gusto (…) davvero semplice, alquanto brutto e spesso, persino, piatto»: questa l’impressione che l’italianista americana Irma Brandeis aveva avuto incontrando Eugenio Montale per la prima volta.
Non solo. Riferisce anche una conversazione nella quale non riesce a salvare «dieci parole degne di essere ricordate».
Eppure era stata lei a cercarlo.
Il 15 luglio del 1933 una ragazza alta, capelli corti e scuri a caschetto, occhi azzurro intenso, si era presentata al Gabinetto Viesseux di Firenze chiedendo del direttore.
Aveva letto la raccolta di poesie “Ossi di seppia” (pubblicata nel 1925 da Piero Gobetti) e ne era rimasta affascinata.

Irma Brandeis è un’appassionata studiosa di letteratura italiana e di Dante: allieva di Singleton, più tardi, nel 1960 avrebbe pubblicato un importante studio dantesco (The Ladder of Vision. A Study of Dante’s Comedy, Chatto & Windus, London), in cui tratta il tema della scala che porta a Dio nella “Commedia”.
Colta, poliglotta e cosmopolita, appartenente a una ricca famiglia ebraica di origine austro-boema residente a New York, Irma aveva divorato i versi degli “Ossi” e nel 1933, durante un viaggio in Italia, si era messa in testa di volerne conoscere l’autore.

Eugenio Montale, che dirige la biblioteca fiorentina dal 1929, quel giorno non è in ufficio.
S’incontreranno l’indomani e poi per altri «pochi giorni di presumibile incantato corteggiamento, con scambio di libri e di pareri letterari come strategia d’avvicinamento» (R.Bettarini, Lettere a Clizia, Mondadori 2006).
Lei è entusiasta: «Siamo diventati amici! Abbiamo parlato di Ezra Pound, di T.S.Eliot, dell’Inghilterra, dell’America e dell’Italia».
Lui è palesemente impacciato: «Il grande poeta non sa parlare – dirà Irma in una lettera. – Mi dice, umilmente, delle cose stupide. E mi piace adesso, non perché somiglia tanto alla sua opera, ma perché non ci somiglia affatto!».
Irma e “Arsenio” (variante con cui il futuro Nobel firmerà molte lettere) si incontrano spesso, ma quasi mai da soli. Tuttavia, tra di loro nascerà una bruciante storia d’amore che avrebbe dato vita all’ultimo grande personaggio femminile della lirica italiana: Clizia/Irma, appunto, come Laura e come Beatrice.

All’inizio di agosto, Montale parte per una vacanza tra Parigi e Londra. Non è solo. Con lui c’è un’altra donna.
Il terzo vertice del triangolo amoroso è Drusilla Tanzi, scrittrice, studiosa appassionata e amica di Italo Svevo. Lei e Montale si erano conosciuti a Firenze all’interno del gruppo gravitante intorno alla rivista d’impegno culturale, civile e politico “Solaria”. Sposata dal 1910 col critico d’arte Matteo Marangoni (da cui aveva avuto un figlio, Andrea), aveva ospitato il poeta nella sua casa di via Benedetto Varchi nel 1927.

Eugenio e Irma in quei giorni si scrivono. Lui definisce Parigi e Londra città «uninteresting» e «ridicole». Più volte il poeta fa cenno, nelle lettere inviate a «My dearest Irma», ad un suo possibile trasferimento oltreoceano.
In una missiva del 7 agosto le prospetta, in una lingua ibrida, ben “four solutions” per il loro futuro: «1: Irma viene a vivere in Europa; 2: Arsenio va a vivere negli U.S.A. (difficile!); 3: Irma e Arsenio si incontrano ogni estate in Europa (orribili inverni!!); 4: Arsenio è dimenticato e ridotto in pezzi. Scegli, mia carissima Irma». Ma, in realtà, non è Irma che deve scegliere.

Nessun riferimento all’esistenza di Drusilla, né alla propria mancanza di coraggio di fronte al bivio d’amore. Eppure, tra le righe, un indizio Irma avrebbe potuto coglierlo. In queste lettere il poeta si identifica col nome della sua controfigura, Arsenio appunto, protagonista dell’omonima poesia degli “Ossi” e questo avrebbe dovuto perlomeno allarmare l’appassionata estimatrice della poesia montaliana! In questo componimento, infatti, Arsenio sta per intraprendere un viaggio nel mare in tempesta, al fine di raggiungere “un’altra orbita”, un’occasione salvifica, che dia finalmente un senso all’esistenza: «E se un gesto ti sfiora, una parola/ ti cade accanto, quello è forse, Arsenio,/ nell’ ora che si scioglie, il cenno d’ una/ vita strozzata per te sorta, e il vento/ la porta con la cenere degli astri». La ricerca di Arsenio fallisce, condannandolo ad una condizione di non-vita.

Tuttavia Irma, forse troppo presa dal sentimento appena sbocciato, non coglie il messaggio sotteso.

Finalmente il 5 settembre Montale è di nuovo a Firenze. S’incontrano a Piazzale Michelangelo: davanti allo spettacolo mozzafiato della città di Dante, si scambiano l’intenzione di non chiudere la relazione. Intanto si scriveranno, promettono. L’incanto di quella notte tornerà più volte nei componimenti poetici di Montale, persino in quelli più tardi: «Non dimenticherò mai quel ritorno tra scale acque e terrazze. Mi sentivo ubriaco non di quel fiasco a triplo fondo, cara Irma, ma di te e della tua presenza. E dopo… quando si è stati così felici almeno per un’ora si può fare ancora qualcosa per essere riconoscenti alla sorte e per vincere le difficoltà».

Il 7 Irma si imbarca sul Rex per far ritorno in America. Lui resta a Firenze, legato a «una catena che nessuno gli ha messo al collo» (Bettarini), ma dalla quale è incapace di liberarsi: è Drusilla (che il poeta chiamerà Mosca in «Caro piccolo insetto» e molte altre poesie).
Nel novembre ripete nelle lettere a Irma (che canterà col nome mitologico di Clizia nella raccolta a lei dedicata “Le occasioni” pubblicata da Einaudi nel 1939) di non riuscire a pensare «alla breve oasi del 5 settembre senza impazzire» e di amare «ogni centimetro di te e del tuo corpo».

La corrispondenza si fa più fitta: dichiarazioni d’amore, promesse, pettegolezzi, valutazioni letterarie. Con maniacale precisione, portano il conto delle lettere che si scambiano. Di tutto parlano, fuorché di Mosca.
«Mia cara Irma, io sono abituato a cibarmi di nuvole e lontananze, ma tu meritavi qualcosa di meglio! Io sarò sempre tuo, a tua disposizione, pronto a fare quello che vorrai, e persino a pensare quello che vorrai farmi pensare (…). Non desidero di meglio che pensare con la tua testa e vedere coi tuoi occhi», le scrive nel dicembre del 1933.
Nell’estate dell’anno successivo Irma vuole tornare in Italia. È piena di speranze. Sul suo diario annota «Italia Firenze con E.M. Venezia ovvero l’inizio della vita e la morte».
Il 5 giugno, mentre è già sulla nave diretta in Europa, Irma riceve una lettera nella quale Arsenio le insinua un sospetto: «Accanto ai mille e uno motivi che mi fanno pazzamente desiderare di riaverti qui, ce n’è uno, o mezzo, che mi preoccupa e mi fa temere. Ma quest’uno, o questo mezzo, si riferisce a cosa che non può assolutamente dirsi per lettera, e che non tocca per nulla i miei sentimenti per te, che sono, semmai, ingigantiti. E nulla ho fatto che possa neppur lontanamente, neppure con l’ intenzione, rendermi meno degno di te. Quando saprai capirai».
Irma invece non capisce e quella che doveva essere l’estate delle conferme e delle decisioni, si trasforma in un incubo: i due litigano, si rappacificano, si lasciano, si ritrovano, si amano.

Irma riparte. S’impone d’essere paziente: avrebbe aspettato i tempi del suo Arsenio.
Drusilla è gelosa di Eugenio: lo minaccia, lo ricatta. Non se lo farà portare via tanto facilmente.

E’ datata 7 febbraio 1935 la lettera disperata in cui Irma legge che X (così indica Drusilla, con la sigla che anticipa la Xenia delle prime due sezioni di Satura del ’71) minaccia di suicidarsi. Montale è invischiato in una spirale perversa. I «bei desideri» lasciano il posto al cappio al collo, alla stricnina, al volo dal settimo piano di Drusilla.

Irma non regge.
Il 21 febbraio scrive: «Ecco la situazione: una donna isterica minaccia di uccidersi e in questo modo tiene in scacco finché vive la vita di due persone. Una di queste decide di accettare la situazione, l’altra, semplicemente, non ha scelta. A quest’altra può succedere qualunque cosa: sarà sopportabile, purché Lei non minacci di uccidersi. (…)Ti amo; e forse disprezzo quello che hai fatto, ma questo non cambia le cose. Le soluzioni più ovvie, immagino, sono di piangerci su, scriverne o fare l’amore con un altro. Perdonami se quanto ho scritto sembra non da me e orribile. Il mio cuore ha preso a battere con un ritmo sgradevole, rapido e a fior di pelle». Ma Irma non spedì mai quella lettera.
Probabilmente ne scrisse un’altra, più soft, dato che Montale il 9 marzo ribadisce ancora il suo fermo proposito di affrancarsi gradualmente da Mosca per partire alla volta di New York.

Nulla tra loro è più lo stesso.
Nelle lettere i toni cambiano. La Irma Brandeis lontana, destinataria delle lettere si trasfigura gradualmente nella Clizia che diverrà la protagonista delle raccolte Le occasioni e La bufera e altro. Se quando sono insieme lei gli ricorda e rinfaccia la sua incapacità di scegliere, da lontano può idealizzarla e trasformarla in una donna angelicata, una nuova Beatrice dispensatrice di salvezza, unica alternativa alla prigione del meccanicismo della realtà, ad una quotidianità opprimente, resa ancora più drammatica dagli eventi della storia che incombe (il fascismo, il licenziamento, la guerra, l’avvento della società di massa).

1938: è ancora l’estate a fare da sfondo ad un nuovo incontro tra i due.
Montale accenna al suo trasferimento negli Stati Uniti, ma non ci crede nemmeno lui. Irma sente che quella è l’ultima volta. Lascerà definitivamente l’Italia a causa delle leggi razziali.

Lui andrà a vivere con Drusilla che sposerà il 23 luglio del 1962 (pochi anni dopo la morte del marito). Dopo aver stravolto la vita del poeta, frapponendosi tra lui e Clizia, Mosca morirà solo un anno dopo al Policlinico di Milano per le complicazioni di una caduta nella quale aveva riportato la rottura di un femore.

Nel 1975 il poeta, che da tempo è diventato famoso in tutto il mondo, viene insignito del Premio Nobel “Per la sua caratteristica forma poetica che, con grande sensibilità, ha interpretato i valori umani nella prospettiva di una vita senza alcuna illusione”.

Il silenzio tra Arsenio e Clizia dura da quarant’anni, quando, nel 1981, quasi ottantacinquenne, le invia l’edizione critica dell’opera in versi edita da Einaudi, accompagnata da un biglietto su carta intestata del Senato dalla grafia tremolante e quasi illeggibile: «Irma, sei tuttora la mia dea, my divinity. Rendo omaggio prima di tutto a te. Prego per te, per me. Perdona come scrivo. Quando, come ci rivedremo? Ti abbraccia il tuo Montale». È Clizia stessa ad apporvi la data: 15 giugno 1981.
Tre mesi dopo, il 12 settembre, il poeta muore.

Il 12 ottobre 1983 (nello stesso giorno della nascita di Montale) la professoressa americana Irma Brandeis, quasi ottantenne, affida ad Alessandro Bonsanti, responsabile dell’ Archivio Contemporaneo presso il Gabinetto G. P. Vieusseux di Firenze, un plico contenente 154 lettere inviatele da Montale fra il 1933 e il 1939.
Nella chiusa dell’avvertenza «al lettore», Irma aveva ricordato il loro ultimo incontro del 1938: «Quando tornai a casa alla fine di quell’estate sapevo con la stessa certezza che ci sarebbe stata una guerra e che non ci saremmo più rivisti».
La Brandeis si fa garantire da Bonsanti che non avrebbe pubblicato le lettere prima che fossero passati vent’anni dal giorno della donazione.

I sigilli sono stati aperti nel gennaio 2004 e due anni dopo l’epistolario (edito da Mondadori con il titolo Lettere a Clizia a cura di Rosanna Bettarini, Gloria Manghetti e Franco Zabagli) viene pubblicato e presentato nella Sala Ferri del Gabinetto Vieusseux a Firenze, nello stesso luogo dove tutto era cominciato.

GiusyGatti©tutti i diritti riservati

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Luigi Pirandello e Marta Abba: “Senza la tua presenza la mia arte muore”

«Senza la tua presenza la mia arte muore»
Così scriveva Luigi Pirandello in una delle 560 lettere indirizzate a Marta Abba. «Marta non m’abbandonare – non è possibile che tu non sia, come autrice vera e sola, in tutto quello che ancora faccio. Ma io sono la mano. Quella che in me detta dentro, sei tu».
Che la giovane attrice fosse diventata la musa ispiratrice del Maestro nell’ultimo decennio della sua vita, è un dato di fatto. Se tra i due ci sia stata una “vera” storia d’amore, invece, non siamo certi. E proprio perché sul loro rapporto non è stato ancora detto tutto, gli studiosi e la critica continuano a interessarsi al “caso” spulciando tra le righe del carteggio che i due si scambiarono dal febbraio del 1925 fino ai primi di dicembre del 1936.
Quando si conobbero lui aveva 57 anni, lei 24.
L’aveva scritturata “a scatola chiusa” perché si era distinta tra gli allievi dell’Accademia dei Filodrammatici ed aveva ricevuto apprezzamenti dal più esigente dei critici, Marco Praga.
«Io arrivai a Roma accompagnata da mia madre – racconta la stessa Marta – Era il primo viaggio verso una compagnia con la quale avrei poi dovuto fare una tournée. Sul palcoscenico vidi alcune persone nel semibuio. E una con i capelli d’argento, il pizzetto bianco, piuttosto curvo. Io entrai in palcoscenico e qualcuno disse: è Marta Abba. Pirandello allora scattò dalla poltrona e mi venne incontro con quella sua stupenda vitalità: non pareva vecchio! Mi strinse ripetutamente la mano e mi disse: benvenuta, signorina, siamo contenti che sia arrivata».
Lui così la descrive «È giovanissima e di meravigliosa bellezza, capelli fulvi, ricciuti, pettinati alla greca, la bocca ha spesso un atteggiamento doloroso, come se la vita di solito le desse una sdegnosa amarezza; ma se ride ha subito una grazia luminosa, che sembra rischiari e ravvivi ogni cosa»; «occhi di mare, liquidi, pieni di luce».
L’arrivo di Marta Abba al Teatro d’Arte ne stravolge gli equilibri.
Mentre la giovane attrice inizia a esercitare un netto ascendente sul Maestro, un certo malumore si diffonde nella Compagnia. «In breve – ricorda Virgilio Marchi, scenografo di Pirandello – l’Abba divenne il centro di attrazione della Compagnia, l’istinto potente, la curiosità della nuova interprete, le attenzioni rivoltele dal Maestro, vincevano sulla intelligenza generale dei compagni d’arte, dominando anche su quella acuta e colta di quell’attore scaltro e profondo che risponde al nome di Picasso. […] La creatura suggestiva incarnante la vita dei personaggi allontanava sensibilmente il Maestro dalla nostra confidenza».
7 febbraio 1925: il drammaturgo le scrive una lettera di poche righe. La prima di 560 missive che le inviò sino al 1936, anno della sua morte. Marta gli rispose 238 volte.
Sulla natura del rapporto tra i due non si è giunti ad una conclusione definitiva. Apparentemente sembra si tratti solo di stima professionale profonda. Tuttavia tra le righe delle lettere viene fuori un tono confidenziale che rimanda a ben altro.
Il Pirandello che tutti conosciamo, alla luce di questo “rapporto” (così come emerge dall’epistolario) sembra un’allucinazione; quasi che prima di conoscere la giovane Marta lui non riconosca la sua come vera “arte”! Lui, che nelle novelle, nelle commedie e nei drammi sembra guardare tutti dall’alto, attraverso la lente dell’umorismo e dell’ironia, adesso appare protagonista assoluto del suo dramma personale, il più tragico: amare senza essere riamato.
Il sentimento del Maestro è evidente: «Marta mia, Ti mando in questo momento, sono le 10 e 1/2 del mattino, un telegramma con risposta pagata, per avere prima di questa notte Tue notizie. Questa notte sono stato agitatissimo, ho fatto un orribile sogno. E ho bisogno di tranquillarmi! Non puoi immaginarti in quanta preoccupazione io viva. Le cose più folli mi passano per la testa e non trovo un momento di requie… Pensa a me, pensa a me, Marta: io sono qua unicamente per Te; non veder chiusa entro limiti angusti la Tua vita; il Tuo destino è grande; Tu sei un’Eletta; non puoi circoscrivere in un ambito mediocre la Tua esistenza».
Marta diventa per Luigi il “Mal giocondo” della sua esistenza: l’amore che lo fa sperare e soffrire, soffrire e sperare, in un’altalena appesa ai fili dell’agonia.
L’animo di Pirandello esce lacerato: dalle lettere si può ripercorrere la sua parabola umana discendente. Mentre l’artista è in auge, l’uomo paga il prezzo di una vita in cui l’amore o è malato (Antonietta Portulano, la sua follìa) o non è. Marta infatti non lo ama. E’ fredda, distante, lo rabbonisce con quella condiscendenza che si usa per gli irrecuperabili. Lei non soffre perché non ama.
«Spazi, Maestro – gli scrive – spazi, largo, largo, non vorrei che Lei girasse troppo a lungo in giro a quel perno di vita e di morte, la vita che non deve consistere, perché se no diventa morte […]. No, Maestro, vorrei che Lei spaziasse di più nella poesia, nell’amore, e anche per me trovasse qualche cosa per l’anno venturo di diverso».
La Abba è per Pirandello “La Musa”, la sublime ispiratrice di testi scritti apposta per lei e di parti che le calzano come un abito su misura. «Scrivimi, fatti viva, ho tutta la mia vita in Te, la mia arte sei Tu; senza il Tuo respiro muore».
E lei: «Per ora non si agiti e cerchi di rimettersi. E non si stanchi troppo scrivendomi». Oppure: «Caro Maestro non si scomodi a farmi dei telegrammi perché le mie notizie le arriveranno sempre, non così frequenti per il da fare di questi giorni». E ancora: «Stia a letto un po’, si riposi, non faccia smanie, e si faccia servire su in camera. Ho sentito parlare della ‘prima’ e dire tanto bene. Su i cuori! Auguri e tante cose care».
Il sentimento di Pirandello è forte e incontenibile: nel 1926, in un testamento olografo, lui la nomina erede per un sesto, oltre a lasciarle i diritti delle preziosissime opere scritte dopo il loro incontro. Marta ne divenne l’avida custode. Si opporrà, infatti, ad ogni rappresentazione teatrale che non le venga pagata profumatamente, battendosi in tribunale per i diritti, quando all’indomani della scomparsa dello scrittore, nasce un contenzioso con i familiari, che si concluderà solo nel 1962 con una sentenza della Corte di Cassazione che, in data 21 febbraio 1969, riconosce agli Eredi Pirandello il diritto di includere negli Opera omnia dello scrittore i testi teatrali “di proprietà di Marta Abba” (Il Foro italiano, dicembre 1969, vol. XCII, coll. 3265-78).
Tuttavia Marta non ricambia l’amore di Luigi Pirandello. Anzi, più lui si fa insistente, più lei si ritrae pur senza recidere mai completamente il filo della speranza di lui.
Nelle lettere non corrisponde ai languori mortali di Pirandello: «Muojo perché non so più che farmene della vita», «In questa atroce solitudine non ha più senso vivere, né valore né scopo».
Lui le esprime tutta la sua disperazione, preciso, nei dettagli. Le dice quanto preferisca soffrire piuttosto che non amare affatto, si umilia e si avvilisce.
Lei gli risponde con educazione, gli dà del “Lei”, lo chiama sempre “Maestro” elencando le mille questioni pratiche della sua vita. Parla di soldi soprattutto, ma anche di attori, tournée, compagnie; gli parla di salute, di viaggi…d’amore mai.
Non lo lusinga, non fugge per farsi raggiungere. E’ realmente indifferente.
Tuttavia appare consapevole di quanto l’amore che Pirandello le porta, possa essere foriero di vantaggi pratici. Sa che nelle sue mani lo scrittore ha messo le redini della sua vita e dunque del suo teatro: gli impone di scritturare sua sorella Cele, pretende modifiche ai testi «[… ] l’ho letta due volte. Finale primo atto qualche lievissima modifica e anche nel finale del secondo, più rapido. Terzo atto a me pare giusto. Tuda non ha espressioni felici e chiare soprattutto per essere così tronche; a mio avviso andrebbe più svolta l’ultima battuta, (la rileggerò ancora)». Probabilmente aveva interpretato a modo suo quello che c’era dietro tutte le parole che il Maestro le inviava, cosa celava il languore, la disperazione: la verità, forse, era che il primo a cadere vittima dei suoi moti dell’animo era lo stesso Pirandello, che si era illuso di amare, ma in realtà non amava nessuno, “cercava il rapporto di testa con se stesso e mai con una donna vera”.
D’altronde il destino dello scrittore era stato “pirandelliano” fin dal matrimonio con Antonietta Portulano che aveva sposato il 27 gennaio del 1894: un rapporto nato sotto il segno della non comunicazione reciproca e profondamente segnato dalla malattia mentale di lei. Pazza di gelosia, lo accusava continuamente di essere infedele:
«Luigi, dove sei? Che fai?»
«Qua sono. Sto scrivendo».
«A chi? A qualcuna delle tue fimminazze, eh?»

«Tu a quelle fimmine le hai conosciute tutte?»
«Quali fimmine, ‘Ntunie’?»
«Quelle che poi ci scrivi sopra una novella».
«Ma che ti viene in testa? Sono cose di fantasia. Non esistono!»
«Esistono, esistono!».
«Ma dove, santo Dio?!»
«Nella tua fantasia, lo dicesti tu ora».
All’amico Ugo Ojetti il 10 aprile 1914, Pirandello aveva scritto: «Ho la moglie, caro Ugo, da cinque anni pazza. E la pazzia di mia moglie sono io – il che ti dimostra senz’altro che è una vera pazzia». In Uno, nessuno e centomila, il protagonista Gengè si prostra davanti alla Pazzia, battendo tre volte la fronte sul pavimento: «Tu, non io, capisci, davanti a tua moglie, capisci? dovresti star così! E io, e lui, e tutti quanti, davanti ai così detti pazzi, così!».
Una nemesi insomma.
Marta Abba non era una seduttrice, né una mangia-uomini. Non ebbe relazioni sentimentali negli anni della vicinanza con Luigi Pirandello. Due anni dopo la sua morte, a Cleveland sposò un petroliere americano, ricchissimo: il matrimonio si concluse 14 anni dopo con un divorzio miliardario del quale la Abba non volle mai parlare.
Pare certo che l’artista, dopo la morte del Maestro, abbia perso la sua grandezza d’attrice insieme con le sicurezze di donna, venerata e messa sul piedistallo dal Premio Nobel. Ogni tentativo di tornare al successo in teatro si rivela quasi un fallimento. Probabilmente, alla fine, la Abba rimpianse di non aver corrisposto l’amore di Pirandello: aveva compreso, forse, che, se non fosse stato per lui, di lei non sarebbe rimasta traccia alcuna.
In una lettera datata 7 ottobre 1936, il Maestro le aveva scritto, quasi prevedendo la fine imminente: «Qui lontano, resterò a vivere fino all’ultimo respiro. Addio, Marta mia! E sentiti sempre, tutta, nel bene senza fine che Ti vuole il Tuo Maestro».
Nell’epistolario Pirandello torna poeta, quello degli esordi: in un’ideale chiusura del cerchio, Pirandello che dalla poesia è partito, alla poesia approda, come desolata sponda della disperazione. Sembra che la poesia gli permetta di prendere congedo da un’esistenza tormentata e divenuta invivibile.
L’ultima lettera risale a sei giorni prima della morte dello scrittore (avvenuta per le complicanze di una polmonite, il 10 dicembre del 1936), ma Marta la riceverà mentre recita al Plymouth Theatre di Broadway solo il 14, quattro giorni dopo. E’ datata 4 dicembre 1936: «Se penso alla distanza, mi sento subito piombare nell’atroce mia solitudine, come in un abisso di disperazione! Ma Tu non ci pensare! Ti abbraccio forte forte con tutto, tutto il cuore. Il Tuo Maestro».
A 86 anni, oramai sulla sedia a rotelle, l’attrice si esibisce sul palcoscenico per l’ultima volta, proprio declamando stralci di quelle lettere che, solo dopo tanti anni, forse “legge” come la manifestazione di un autentico amore divorante.
Colpita da paresi, Marta Abba si ritira a San Pellegrino Terme per curarsi.
Muore a Milano, nella clinica di Santa Rita, il 14 giugno 1988.
Leonardo Sciascia, altro grande scrittore siciliano, che sull’attrice ebbe a esprimersi in diverse occasioni, apre il suo Alfabeto pirandelliano con la voce ABBA: «Creatura, personaggio, attrice di inalienabile condizione pirandelliana: come del resto tutte le vite di coloro che con la vita di Pirandello hanno avuto a che fare. Vite di vittime di cui Pirandello era vittima».

GiusyGatti©tutti i diritti riservati

Bibliografia
(A.d’Amico – A.Tinterri, Pirandello capocomico, Palermo 1987, pp. 413 s.).
(L. Pirandello, Lettere a Marta Abba, a cura di B. Ortolani, Milano 1995, p. 1392)”.
Antonio Alessio, MARTA ABBA, CARO MAESTRO…. LETTERE A LUIGI PIRANDELLO (1926-1936), a cura di Pietro Frassica, Milano: Mursia, 1994. 10, 406 pp.
Luigi Pirandello, Lettere a Marta Abba, Editore: Mondadori. Collana: I Meridiani, Anno edizione: 1994
http://www.treccani.it/enciclopedia/marta-abba_(Dizionario-Biografico)/
http://urbanpost.it/le-lettere-meravigliose-di-pirandello-e-marta-abba-tornano-a-casa-quando-le-parole-sono-proprio-belle/#pZcXpXXb24xHWjWK.99

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Ai miei studenti. Compiti per le vacanze

Siamo arrivati alla fine del trimestre. Siamo stanchi di quella stanchezza attiva, la stanchezza che si avverte anche coltivando la passione più grande. Vuol dire solo che il corpo cede prima della mente e del cuore. Abbiamo chiuso in bellezza, consapevoli di aver realizzato qualcosa di immensamente prezioso come la costruzione di una parte di quel mirabolante progetto che ciascuno di noi dev’essere per se stesso. Tra due giorni è Natale. Non vi ho dato compiti, ma solo qualche consiglio di lettura che sarete liberi di non seguire. Riposatevi, dormite il giusto, riprendetevi la vostra vita svincolata per un po’ di giorni dagli orari, dalle campanelle, dagli impegni scolastici. Riappropriatevi dei vostri tempi e dei vostri spazi. Annusate l’aria di famiglia, l’odore dei dolci di Natale nel forno. Allestite tavolate…per mangiare, per giocare come quando eravate piccoli e insistevate per tenere il tombolone. Sedete accanto agli anziani di casa, assecondateli, specchiatevi nella luce che nasce nei loro occhi quando vi guardano. Aiutateli a godere di un po’ di gioventù attraverso la vostra. Ridete con loro. Siate complici. Giocate con i bambini di casa. Siate piccoli, capaci di vedere ciò che chi cresce non vede più. Stupitevi…meravigliatevi per le piccole cose…per un regalo stupido incartato male. Siate indulgenti! Sorridete ai vostri genitori. Vivono per questo… Sono disposti a tutto per vedere il vostro viso illuminato da quel sorriso. Date un abbraccio in più, un bacio in più, una carezza. Ci renderete felici! Che sia sereno il Natale! Che l’anno nuovo vi porti ciò che desiderate! Auguri ragazzi!!!

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