Se…

morti in mare

Se smettessimo di chiamarli “migranti” e li chiamassimo semplicemente persone…
E mettessimo i loro corpi, uno accanto all’altro…
Fino a settecento…
Se riuscissimo a guardare oltre il nostro “particulare”…
Se fossimo disposti a non chiamare “diritti” solo i nostri diritti…
Se provassimo un moto di orrore per come sono morti…per come hanno vissuto…
Forse quegli occhi, visi, mani, cuori
Non verranno dimenticati con la sigla del telegiornale.

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Cari ragazzi, sono un’insegnante e non ho motivo di chiedervi scusa!

Su Facebook da qualche giorno circola questa lettera (http://www.internazionale.it/opinione/lizanne-foster/2015/03/11/scuola-studenti-scuse) e,francamente, non comprendo la frenesia con la quale studenti e colleghi si siano affrettati a condividerla ovunque. Intanto nasce, credo, all’interno di un contesto scolastico totalmente diverso dal nostro. Poi contiene un velato, ma neanche troppo, invito all’anarchia (“Mi dispiace che dobbiate chiedermi il permesso di uscire dalla classe per andare a fare pipì anche se avete già la patente, un lavoro part-time e state prendendo decisioni importanti per il vostro futuro dopo la scuola”) che non condivido affatto. Le regole, scritte o non scritte, della convivenza e del buon senso impongono rispetto reciproco.

E poi, scusa di cosa?
Mi dovrei scusare se fossi un’insegnante che non ci mette l’anima,
se mi rivolgessi a loro in modo sgarbato,
se non educassi con l’esempio, prima che con le lezioni.
Dovrei chiedere scusa se non preparassi con cura le mie lezioni affinché lo standard sia e rimanga alto,
se non dessi loro, giorno dopo giorno, un metodo per apprendere e un metodo per diventare migliori apprendendo,
se lasciassi che lo studio fosse solo finalizzato al voto,
se non li educassi all’onestà, civile e intellettuale.
Quante volte chiudiamo un occhio e anche tutt’e due constatando che si stanno “aiutando” tra loro? Pur facendolo però, li abituiamo al lavoro e alla resa individuale, perché agli esami universitari, come in un colloquio di lavoro “ognuno sta solo sul cuor della terra”…e lì non ci sono i compagni a sussurrare suggerimenti o a passare bigliettini con le soluzioni…
Dovrei chiedere scusa se li soffocassi di compiti da fare, senza poi vedere se e cosa hanno fatto…perché così lancerei il messaggio…”tantoèinutilechelifacciochenonlicontrollanessuno”.
Mi dovrei scusare se, a fronte del lavoro che fanno ogni giorno, non li gratificassi,
se non li rispettassi,

se non tenessi conto di bisogni speciali e normali,

se non prestassi attenzione alle difficoltà e alle eccellenze,
se entrassi in aula senza un sorriso,

se li derubassi dei sogni,
se non pensassi che è nelle mani di questi giovani che stiamo mettendo il futuro di questo Paese…
Di cosa dovrei chiedere scusa?
Di non sentire questo come un lavoro da compiere?
Di non stare nella pelle perché domani devo “farli incontrare con Foscolo e Dante”?
Di contagiarli con il mio entusiasmo che ancora cresce dopo trent’anni di ruolo nella scuola?

Cari ragazzi, sono un’insegnante e non ho motivo di chiedervi scusa!

Diploma Day al Majorana di Brindisi

Diploma Day al Majorana di Brindisi

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Se fossi ancora qui…

Oggi sarebbe stata una di quelle giornate in cui ti saresti alzata e saresti uscita in camicia da notte, per cogliere il primo sole sulle piante di quel giardino che amavi tanto. Avresti controllato l’albero dei limoni, sfregato tra le mani una foglia per odorare la fragranza dell’olio essenziale. Saresti corsa vicino ai gerani per dare un’occhiata ai primi boccioli. Avresti ammirato le piante grasse sempre più alte e le chicas con le prime foglie nuove che si fanno largo dall’interno… Forse avresti preso il caffè, lungo, come ti piaceva, sulla panchina sotto la magnolia… Saresti rientrata solo dopo l’ennesimo invito di papà a metterti qualcosa addosso…e al primo starnuto avrebbe detto: “Hai visto? Ti sei raffreddata!!!” Ma tu non gli avresti dato retta, perché catturare il primo raggio di sole sulle piante non ha prezzo. Tu eri così…la notte, a guardare in su per unire le stelle attraverso fili misteriosi, al mattino per individuare il primo astro del giorno… Adesso sono qui, davanti ad una lastra di marmo con una foto nella quale sorridi…Mamma

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17 settembre; gli ultimi studenti tornano tra i banchi – Impressioni di settembre 2.0 (su Senza Colonne, oggi) 17 settembre 2014 alle ore 18.05 Non tutti in Italia considerano quello dell’insegnante un lavoro “prestigioso”,come, ad esempio, quello del notaio, dell’avvocato, del medico,dell’imprenditore. “Solo 18 ore settimanali”, tre mesi di vacanza, tutte le feste comandate… No,non è considerato un lavoro “prestigioso”, come quello del notaio, dell’avvocato, del medico, dell’imprenditore. Ma di fronte a me, tra i banchi, siede il figlio del notaio, dell’avvocato, del medico, dell’imprenditore. E con loro, il figlio dell’operaio, dell’impiegato,del contadino, dell’artigiano, dell’ambulante, del disoccupato. Siede il figlio che un padre non ce l’ha più, e vede la mamma sgobbare tutto il giorno per comprargli libri e computer. Ma anche il figlio senza genitori, quello della casa-famiglia… No,non è un lavoro che tutti considerano “prestigioso”. Tuttavia,ogni mattina, i miei colleghi ed io, entriamo in aula regalando a tutti un sorriso e cerchiamo di dare al figlio dell’operaio, dell’impiegato, del contadino, dell’artigiano, dell’ambulante, del disoccupato, al figlio senza padre, all’orfano, all’abbandonato, come al figlio del notaio, dell’avvocato,del medico, dell’imprenditore, tutto quello che siamo e tutto quello che sappiamo. A tutti, le stesse possibilità di emergere di farsi strada, di diventare, attraverso la cultura (che per noi non è “scienza infusa”,ma frutto di applicazione, quotidiana e profonda), persone migliori. E’iniziato un nuovo anno scolastico e per me ha ancora il fascino del viaggio,dell’avventura, di un’esperienza che si rinnova sempre e che non può lasciare posto alla routine e all’indifferenza annoiata. Fare l’insegnante in una scuola come quella in cui “insegno e imparo”, poi, è una sfida nuova, diversa da quella che si può fare in qualsiasi altro istituto, con un Dirigente che ha investito se stesso perché diventasse un’eccellenza nel territorio e capofila di una rivoluzione 2.0, travolgente e inarrestabile, che ci ha coinvolti come un tornado da cui ci siamo lasciati trascinare. Abbiamo “riveduto e corretto” il nostro modo di essere insegnanti: lo studente al centro, come dev’essere. Una scuola in cui si sia capaci di incuriosire, di dire sempre qualcosa di nuovo e di porre le basi per una cultura ampia e sicura, da cui poi decollare verso le mete che ciascuno si prefigge di raggiungere, individuate con nostro aiuto di ogni giorno. I ragazzi, oggi, arrivano a scuola “imparati”: non ci si può limitare a dir loro che devono studiare, che nessuno ti regala niente e che si devono impegnare. Lo sanno, e sono tutti un po’ allergici ai doveri e alle imposizioni. Vogliono qualcosa di nuovo, qualcosa che li stravolga e cambi loro la vita per sempre. Vogliono PASSIONE. Vogliono avere la sensazione di non trovarsi lì, tra i banchi (che da noi nelle prime classi già non ci sono più, sostituiti da moduli ergonomici tutti colorati), perché devono assolvere all’obbligo scolastico o comunque terminare un curricolo:vogliono sentire che ne vale la pena alzarsi la mattina presto e, zaino in spalla, mezzi assonnati, venire a scuola ogni giorno, per un anno intero. Vogliono che la scuola dia loro strumenti per leggere la vita con più chiarezza, per affrontarla con consapevolezza e maturità. Vogliono verificare se le parole, gli argomenti, i dati con cui noi docenti li sommergiamo ogni giorno, ottenuti a prezzodi anni e anni di studio “matto e disperatissimo”, ci riempiono davvero la vita, se sono “la nostra passione”. Vogliono che diciamo loro che senza “i saperi” che trasmettiamo, la vita sarebbe più opaca e meno affascinante, che siamo mediatori di qualcosa di unico e indispensabile. Ci guardano negli occhi: vogliono intravedere una luce, l’emozione nelle parole che pronunciamo, lo stupore nel riscoprirle con loro, ogni giorno. Se non ci crediamo noi, perché dovrebbero farlo loro? Vogliono sentire i brividi del Fanciullino di Pascoli, il tormento nei versi diPetrarca… Vogliono ridere con le novelle di Boccaccio, riscoprire il genio di Leonardo e l’immensità di Dante. Ricostruire le tattiche di guerra di Napoleone, parteggiare per gli umili, i vinti, gli oppressi e i rivoluzionari. Sentire che la guerra è una cosa sporca perché rende l’uomo “quello della pietra e della fionda”.Vogliono imparare ad amare gli articoli della Costituzione… Non vogliono una scuola divertente, ma una scuola coinvolgente, affascinante,interessante, fatta di ore, giornate da non perdere. A loro non interessano i contratti, le Quote 96, quanti anni ci mancano alla pensione, se il sistema è retributivo o contributivo. E tuttavia sono pronti a lottare se una riforma lede i loro diritti, ma si aspettano di farlo in un ambiente in cui sono tutti dalla stessa parte e concorrono per un unico fine. Gli studenti vogliono essere sfidati, messi alla prova: vogliono dimostrare di avere qualità, di essere individui unici e irripetibili, capaci di pensare, di valutare e anche giudicare. Non si accontentano di stereotipi e luoghi comuni,ma desiderano imparare ad essere liberi nel pensiero attraverso l’educazione alla libertà. Vogliono farci vedere che quello che abbiamo trasmesso loro si è trasformato,dialetticamente in una sintesi superiore, un pensiero nuovo, più grande di quello da cui sono partiti, gravido di nuove intuizioni… Vogliono che insegniamo loro a prendere le misure e aiutarli a trovare il loro posto nel mondo che li circonda, ma senza spegnere la loro creatività e, soprattutto, la loro voglia di sognare. Credo che, dopo tanti anni, è questa la scuola che gli studenti vogliono, una sana mediazione tra tecnologia e tradizione, che parli il loro linguaggio, ma gliene insegni uno migliore. Una scuola che porteranno nella testa e nel cuore, che potranno raccontare ai loro figli come il periodo più strepitoso della loro vita. Il nostro lavoro “non prestigioso”, di cui molti ricordano solo i tre mesi di vacanza (autentica leggenda metropolitana),ha un senso per la traccia indelebile che lascia nell’anima del figlio dell’operaio, dell’impiegato, del contadino, dell’artigiano, dell’ambulante,del disoccupato, del figlio senza padre, dell’orfano, dell’abbandonato, come in quella del figlio del notaio, dell’avvocato, del medico, dell’imprenditore. E penso che il mio lavoro, ritenuto da alcuni, “non prestigioso”, è il più bello del mondo e ritengo sia un vero privilegio poterlo svolgere ogni giorno. Non potrei fare altro. Non saprei fare altro. Buon anno scolastico a tutti.

4AS 2013 14

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La “chiave di Sara”: passione, sentimenti e sogni in teatro

Io ho capito qual è la “chiave di Sara”. Ho capito il perché di quel magico rituale che si compie ogni volta con una partecipazione di pubblico più intensa, entusiasta e commossa.
“Revolution” è un tuffo nel passato di una generazione che aveva ancora voglia di coltivare sogni, di guardare le stelle con l’incanto negli occhi, di stupirsi e appassionarsi davanti alla tv che trasmette “Lascia o Raddoppia” con Mike Bongiorno.

La “chiave di Sara” è l’empatia che crea col “suo” pubblico, che la sente un po’ figlia, un po’ sorella, un po’ amica, ma mai estranea e distaccata, e ne apprezza l’innegabile talento. Ed è per questo che, quando Sara chiama, come lunedì scorso, 18 agosto, nel giardino dell’ex Convento Santa Chiara, Brindisi risponde e corre a vivere con lei la promessa di un’avventura mai tradita.

Sul palco (in teatro o sotto le stelle, poco importa…) Sara, Daniele (Guarini) & Daniele (Bove) sono capaci di rievocare un’atmosfera irripetibile: i 10 anni che cambiarono il mondo. E lo fanno attraverso i costumi, le parole, le canzoni.

Sono gli anni del Boom economico e mentre i Beatles suonano al Cavern Club di Liverpool e Yuri Gagarin diventa il primo uomo in orbita attorno alla Terra, la protagonista di Revolution, nata nel 1940, sogna di volare nello spazio “come Valentina Tereshkova” e prega “Lady Madonna cullu serpenti sott’alli piedi” di incontrare i Fab Four.
Ma la nostra “Uardastelle” (“come il pupazzo del presepe che indica la cometa con la faccia da mucculone”) è troppo lontana da tutto, sia dall’orbita di Gagarin (326 km) e sia da Liverpool (3000 km almeno…): non ha ancora un fidanzato, e “nonna Tetta la giapponese” (“la chiamano così perché tiene gli occhi a mandorla”) dice che “se continua a babbare davanti alla finestra non ce l’avrà mai”.

A Brindisi tutto è immobile: i ragazzi e le ragazze fanno le vasche al Corso, “dai giardinetti di giù alla marina fino a piazza Vittoria”: gli uni a sinistra le altre a destra. Ogni tanto uno di loro passa la barricata che li divide per tentare un approccio: “Permette ‘na parola?!”, con la tipica cadenza cantata dei brindisini e l’immancabile dito indice puntato verso l’alto, a sottolineare che si richiedeva solo ‘na parola, una soltanto, almeno per rompere il ghiaccio…

Se, mentre recita, distogli gli occhi da lei, Sara, che domina magneticamente la scena, e guardi intorno a te, nel pubblico, vedi le persone che, con aria sognante e malinconica, fanno “sì sì” con la testa “Me lo ricordo eccome!” e, canticchiando “Hey Jude”, col gomito danno un colpetto alla moglie che, da ragazza, sicuramente passeggiava lungo il Corso nella sua zona di competenza.

Le classi sociali a Brindisi, negli anni Sessanta, stanno a debita distanza tra loro (“I signorotti (…) seduti ai tavolini del bar Torino o del caffè Anelli; i contadini a fumare in piazza Cairoli ) e le giovani coppie di fidanzati-di-nascosto mettono i genitori davanti al fatto compiuto attraverso la “fuitina…”

Tuttavia, anche Brindisi sta per essere sconvolta dalla “Revolution”, da quella Rivoluzione Industriale appunto, che, sia pur con due secoli di ritardo rispetto all’Inghilterra di Sua Maestà, attecchirà, cambiandone il volto, anche nella nostra città.
“Dato che Brindisi non si decideva a decollare verso la modernità, era stata la modernità ad atterrare a Brindisi”.
Nel ’62, infatti, viene completato il primo lotto della Montecatini per la produzione del popipopilene…polipopi…polipropilene…insomma, la plastica! E, per i dipendenti, vennero edificate delle graziose villette a due piani con giardino e garage, una affianco all’altra, tutte uguali: “Sembrava un pezzo di periferia staccato dall’America e riattaccato a Brindisi con lo sparatrappo”.
Moltissimi giovani trovarono lavoro e la fabbrica sembrò a tutti una benedizione, quasi un intervento miracoloso di Lady Madonna!

La ragazza del 1940 ha 22 anni e dalla finestra guarda la luna, le stelle, i fuochi arancioni dei bruciatori della Montedison e pensa a Roberto.
Il ragazzo più bello di Brindisi, ad una delle feste della commare ricca (ma tanto ruscona, “l’unica che avesse un giradischi nel raggio di un chilometro”), si era avvicinato e le aveva chiesto “Balli con me?” e lei, che ancora si mangiava le mani e si dava pugni in testa quando ci pensava, aveva risposto “Mancomorta!”.
Chissà se Roberto stava pensando a lei mentre svolgeva il suo lavoro di operaio proprio lì, alla Montecatini: “se entro tre secondi si accende una fiamma vuol dire che lui mi sta pensando. Uno, due, due e mezzo, due e tre quarti…” Ma il giochino non funzionava mai.

Gli anni Sessanta scorrono nel racconto fluido e avvincente di Sara, sapientemente orchestrato all’interno della trama narrativa di Emiliano Poddi, al punto di farti desiderare d’esserci stata o di ritornarci, se li hai vissuti…

Anni difficili e contraddittori certo!
John F.Kennedy e poco dopo suo fratello Bobby furono assassinati, poi Malcom X e Martin Luther King. Erano gli anni del Vietnam, della Guerra Fredda e del Muro di Berlino; sul finire del decennio la Primavera di Praga si concluse con il rogo di Jan Palach.
Tuttavia, passarono alla storia come “I favolosi anni Sessanta”, nel senso che “non riescono mai a essere veramente tristi; magari ci vanno molto vicino, arrivano a sfiorare la malinconia ma poi c’è sempre qualcosa – un ricordo, la strofa di una canzone – che ce li farà pensare per sempre come anni speciali. D’altra parte lo diceva anche John (Lennon)”.

In quegli anni però accadde qualcosa che avrebbe cambiato la storia e la vita di tutti per sempre. La missione spaziale Apollo 11 per prima portò l’uomo sulla Luna: Armstrong mise piede sul suolo lunare, il 21 luglio alle ore 02:56.
Incollati alla tv di Nunnabricida, la commare ricca (“l’unica ad averla nel raggio di un chilometro”), c’erano proprio tutti: sulla tavola la colossale guantiera di paste delle grandi occasioni.
“Il modulo lunare si chiamava Eagle, disse Tito Stagno (…). La discesa verso la Luna avrebbe richiesto molto tempo, disse Ruggero Orlando, l’inviato della Rai negli Stati Uniti. “Sì, ma quanto, di preciso?” chiese Tito Stagno. Ruggero Orlando disse che non lo sapeva. “Circa tre ore” disse zio Enrico. “Chi vuole questa parigina alla crema?” disse Nunnabricida. “Houston, do you receive me?”, disse Armstrong. “CC’è dittu?” chiese zio Tonino. “Cose dell’altro mondo” disse nonna Tetta, e allungò la mano ossuta verso la guantiera delle paste”.

Sara è capace di evocare quel salotto e ci invita tutti lì, con lei, ad assistere all’allunaggio con una pasta alla crema tra le mani.

La Uardastelle, che a 29 anni non ha ancora perso il vizio di babbare alla finestra, pensa a Roberto. “Se entro tre secondi si accende la fiamma (…) vuol dire che sta pensando a me”: il gioco non funziona neanche questa volta. Ma poi si affaccia alla finestra e vede che la luna era lì, grande più del normale: un palloncino bianco gonfiato ad elio con un filo di nylon che la ragazza ripercorre con gli occhi come un ragnetto il filo della ragnatela.

A Brindisi erano le 22 e 17 quando l’Eagle raggiunse la Luna. “Ha toccato” disse Tito Stagno. “Non ancora” disse zio Enrico, subito seguito da Ruggero Orlando. “Ma insomma, Ruggero: ha toccato o no?”. “None”, disse zio Enrico”.

La ragazza del 1940, approfittando del battibecco televisivo più famoso di tutti tempi si precipitò fuori dalla porta. Alla fine del filo di nylon a cui era legato il palloncino, “in sella sulla sua moto Guzzi, con la tuta della Montecatini e il casco integrale in mano” c’era Roberto e l’inizio di un amore.

Sara ti fa palpitare quando narra del bagno a Punta Penne (da allora ribattezzato Mare della Tranquillità) sotto una luna romantica e promesse di felicità.

E’ dolce e struggente quando racconta della fine dell’incantesimo, quell’8 dicembre del 1977, quando, come i sogni, le finestre esplosero in mille schegge, il cielo si riempì di bagliori arancioni e per strada risuonarono le sirene delle ambulanze.

Il Roberto della storia, il “suo” Roberto, era di turno nel reparto P2T e la ragazza del 1940 non poteva crederci. Ancora una volta aveva chiuso gli occhi, pur sapendo bene che quel gioco non avrebbe mai funzionato: “conto fino a tre e quando li riapro le fiamme non ci sono più… uno, due, due e mezzo…”
Era andato in frantumi un mondo intero, una concezione della vita e del lavoro: la fine di tutto.

Era l’8 dicembre del ’77: lo stesso giorno e lo stesso mese di tre anni dopo, nel 1980 John Lennon veniva ucciso a New York da quattro colpi di pistola sparati da Mark Chapman.

Gli anni Sessanta erano finiti da un pezzo e con essi si era dissolta la loro apparente leggerezza, la spensieratezza infantile e goliardica che anche chi non li ha vissuti, associa a quel decennio. Ebbero inizio, infatti, gli “anni di piombo”. Altro che leggerezza…

“Perché vai a vedere lo spettacolo se lo hai già visto”, mi chiedono. “Vado a rivedere lo spettacolo proprio perché l’ho già visto”, rispondo.

Io lo so qual è la “chiave di Sara”, quella soavità che la contraddistingue quando si muove: è una limpidezza interiore che solo i grandi hanno. E’ la capacità di farsi da parte quando i due magnifici musicisti, con la tuta blu della Montecatini, Daniele Guarini (voce) e Daniele Bove (pianoforte) consentono ad un’altra protagonista, la musica dei Beatles, di entrare in scena e prendersi gli applausi ed evocare i ricordi. Non colonna sonora dunque, la straordinaria interpretazione delle hits dei Beatles di Daniele&Daniele, ma presenza comprimaria a tutti gli effetti di un’attrice, Sara Bevilacqua che, esaltata dalla drammaturgia di Emiliano Poddi, a tratti, mi ricorda la versatilità di Monica Vitti, intensa, carismatica e comica ad un tempo.

Io lo so qual è la “chiave di Sara”, capace di passare dall’italiano all’inglese al dialetto brindisino quasi fossero una lingua sola, incredibilmente attenta alla storia della sua città, al punto di darle un ruolo unico e fondamentale all’interno della macrostoria.

Io lo so qual è la “chiave di Sara”, quella che apre cuore e ricordi e ti fa venir voglia di prendere con lei un appuntamento nuovo, al più presto.

Alla prossima, Sara.

Meridiani Perduti
REVOLUTION
di Sara Bevilacqua; drammaturgia di Emiliano Poddi
con Sara Bevilacqua, Daniele Guarini – voce, Daniele Bove – pianoforte
regia di SARA BEVILACQUA

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Esami di Stato 2014: ci risiamo!

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Non ci crederete, ma dopo una vita nella scuola, l’ansia d’esame mi prende uguale uguale ogni anno, come fossi io a doverlo sostenere.

Anzi, da studente non mi ricordo tanta tensione.

Pur lontani, lontanissimi nel tempo, tra noi, studenti della fine degli anni Settanta, e quelli del Terzo Millennio c’è più di un’analogia. E la dimostrazione sta proprio in alcune delle tracce scelte per la Maurità 2014. Una in particolare rappresenta il punto di connessione tra passato e presente: “Violenza e non violenza. Due volti del Novecento”, da svolgere nella forma del saggio breve o dell’articolo di giornale. Gli autori da cui gli studenti potevano attingere erano, tra gli altri, Hannah Arendt (Sulla violenza), Gandhi (Antiche come montagne), Martin Luther King con il discorso pronunciato al termine della grandissima marcia di protesta a Washington il 28 agosto 1963, il celeberrimo “I have a dream”.

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Dacia Maraini, a cui è stato chiesto un commento ha detto: “La violenza ci appartiene, dobbiamo imparare a governarla (…) Il tema è molto attuale perché bisogna ridefinire i termini di violenza, che oggi si esprime in altre forme, più psicologiche, repressive e basate sui modelli culturali“. 

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Nel 1979 il Ministero inviò questa traccia “Alla luce degli ultimi avvenimenti mondiali e del riesplodere di fenomeni di violenza, di sopraffazione e di terrorismo, che hanno investito le più diverse nazioni, il candidato sviluppi le sue riflessioni a proposito di questa affermazione di Goya: “Il sonno della ragione genera mostri” (Commentari ai Capricci n. 43) ”. Un tema che “si poteva fare”, allora come oggi; un argomento che sollecita la riflessione su un contesto storico-sociale che, per quando cambiato ed evoluto, vede ancora dominare “quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo”, come avrebbe detto Quasimodo.

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Ed è proprio Salvatore Quasimodo, che non “usciva” dal 2002, l’autore scelto dal Miur per l’analisi del testo. Una poesia che profuma di zagare e arance della sua Sicilia, un’isola ricca di contrasti, simbolicamente rappresentati dalla solarità degli agrumi e il nero della gazza.

 

Forse è un segno vero della vita:
intorno a me fanciulli con leggeri
moti del capo danzano in un gioco
di cadenze e di voci lungo il prato

della chiesa. Pietà della sera, ombre
riaccese sopra l’erba così verde,
bellissime nel fuoco della luna!
Memoria vi concede breve sonno:
ora, destatevi. Ecco, scroscia il pozzo

per la prima marea. Questa è l’ora:
non più mia, arsi, remoti simulacri.
E tu vento del sud forte di zàgare,
spingi la luna dove nudi dormono
fanciulli, forza il puledro sui campi

umidi d’orme di cavalle, apri
il mare, alza le nuvole dagli alberi:
già l’airone s’avanza verso l’acqua
e fiuta lento il fango tra le spine,
ride la gazza, nera sugli aranci.

Il ricordo di un paradiso perduto fuori dal tempo che prende corpo attraverso l’evocazione del poeta, lontano e solitario, è il tema di questa poesia dai toni ben diversi da quelli assunti da Quasimodo nei componimenti d’impegno civile e sociale, che più ampio spazio trovano nei manuali scolastici.

 

Affascinante, e a quanto riportano le statistiche, la più gettonata (“che vuol dire gettonata?” diranno gli studenti del 2014, che forse, per motivi anagrafici, di gettoni non sanno nulla…forse conoscono solo quelli delle giostre…) è stata la traccia sulla tecnologia pervasiva.

Anche se agli scienziati l’aggettivo non è piaciuto (“ll termine pervasività ha una valenza negativa, come se si trattasse di una metastasi” ha detto Edoardo Boncinelli, genetista del San Raffaele di Milano) ritengo sia un tema molto vicino ai ragazzi. Un passaggio da un “trasumanar” di dantesca memoria (trascendere la natura umana per entrare nell’infinità della dimensione divina) ad un trasumanare moderno, basato tutto sulla tecnologia che, tuttavia, fa raggiungere una dimensione altra, una forma di trascendenza contemporanea.

Tra i brani che il  Ministero ha scelto per illustrare appunto la pervasività della tecnologia, un articolo di Fabio Chiusi dal titolo “Trans Umano la trionferà” in cui si parla di “esseri umani 2.0” e si afferma che “la Silicon Valley ha la sua religione” e che “progetti di superamento dell’umano nel postumano si devono e possono realizzare tramite la tecnologia. Come con le nanomacchine, robot grandi come virus in grado di riparare le cellule cancerose e permettere l’eliminazione di ogni forma di sofferenza e la sconfitta dell’invecchiamento e della morte”.

Molti studenti hanno giudicato alla loro portata questa proposta: in particolare quelli delle scuole 2.0 come quella nella quale insegno.

 A corredo della traccia relativa all’ambito socio-economico incentrato sulle “Nuove responsabilità” sono stati forniti agli studenti brani che, partendo dal riscaldamento globale e la sua influenza sulla vita umana (Wolfang Behringer, Storia culturale del clima), portano la riflessione sui temi della libertà e della democrazia (Amartya Sen, Lo sviluppo è libertà. Perché non c’è crescita senza democrazia) e poi alla condivisione del mondo e al diritto di ciascuno a cercare la felicità ovunque e trovare accoglienza (Luce Irigaray, Condividere il mondo, Jacques Attali, Domani chi governerà il mondo?). Temi caldissimi questi, soprattutto alla luce dei continui sbarchi sulle nostre coste di persone che scappano dai loro paesi d’origine, dalla mancanza di democrazia e di libertà. I ragazzi che affrontano questa prova sono gli adulti del futuro, quelli che dovranno trovare “nuove ricette per un mondo che gli stiamo consegnando non proprio in splendida forma – dice Alessandro D’Avenia – Sono fiducioso nel fatto che questa generazione cambierà lo sfacelo di questi ultimi mesi tra corruzione e facili populismi”.

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Artistico.letterario (ma non troppo) l’ambito entro il quale la traccia sul tema del dono invita lo studente a muoversi.

Si parte dal Premio Nobel Grazia Deledda con Il dono di Natale, per passare a Theodor W. Adorno con Minima moralia e Meditazioni della vita offesa; poi Mark Anspach con Cosa significa ricambiare? Dono e reciprocità e Enzo Bianchi con Dono. Senza reciprocità. Nell’epoca del grande individualismo mascherato dalla perenne connessione con gli altri, ”Il dono al tempo di Internet” di Marco Aime e Anna Cossetta focalizza una questione molto attuale: quella dello scambio in rete per creare relazioni, mettere la propria conoscenza a disposizione degli altri, quindi donare. Ad integrare il materiale da utilizzare per svolgere questo lavoro, anche tre opere pittoriche come la Donazione di Costantino dell’Oratorio di San Silvestro, a Roma, Antioco e Stratonica da Jacques-Louis David e ”Adorazione dei Magi” del Parmigianino. Il che ci fa sperare che nella scuola 2.0 ci sarà ancora posto per la storia dell’arte.

 Per gli appassionati di storia, invece, il Miur ha pensato alla traccia che chiede al candidato di riflettere su “L’Europa del 1914 e l’Europa del 2014: quali le differenze?”. Se da una lato qualcuno avrà esclamato: “Finalmente un argomento che sicuramente nei programmi c’è”, dall’altro avrà trovato una certa difficoltà nel rilevare le differenze tra queste due epoche in chiave europea.

Partendo proprio dallo spartiacque epocale della guerra 1914-18, destinato a modificare profondamente i rapporti fra gli stati europei e fra l’Europa e il mondo, bisognava verificare se, ad un secolo di distanza, alcuni fenomeni avviati nel 1914 siano ancora oggi determinanti per gli equilibri del mondo occidentale sotto il profilo politico, istituzionale ed economico. Una traccia meno facile di quanto potesse apparire ad un primo impatto.

 Per chiudere, citiamo la traccia che forse ha avuto maggiore risonanza. Il tema di ordine generale, il cosiddetto tema di attualità, invitava a riflettere su una posizione dell’architetto e senatore Renzo Piano a proposito del “Rammendo delle periferie”.

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Siamo un Paese straordinario e bellissimo, ma allo stesso tempo molto fragile. È fragile il paesaggio e sono fragili le città, in particolare le periferie dove nessuno ha speso tempo e denaro per far manutenzione. Ma sono proprio le periferie la città del futuro, quella dove si concentra l’energia umana e quella che lasceremo in eredità ai nostri figli. C’è bisogno di una gigantesca opera di rammendo e ci vogliono delle idee. […] Le periferie sono la città del futuro, non fotogeniche d’accordo, anzi spesso un deserto o un dormitorio, ma ricche di umanità e quindi il destino delle città sono le periferie. […] Spesso alla parola “periferia” si associa il termine degrado. Mi chiedo: questo vogliamo lasciare in eredità? Le periferie sono la grande scommessa urbana dei prossimi decenni. Diventeranno o no pezzi di città?.

Rifletti criticamente su questa posizione di Renzo Piano, articolando in modo motivato le tue considerazioni e convinzioni al riguardo”.

Ho ascoltato Renzo Piano al telegiornale che commentava la traccia e che metteva l’accento sul pregiudizio che accompagna le periferie, che troppo facilmente si definiscono “degradate”. La sua rivalutazione, anche in chiave estetica, di queste zone urbane le mette al centro di un processo di rinascita delle città, dove il fattore umano avrà un ruolo determinante.

 Quale avrei scelto io?

Il fatto che non ho una risposta precisa forse vuol dire che erano quasi tutte “fattibili”: probabilmente avrei svolto l’analisi dei versi di Quasimodo, perché mi piace indagare nelle pieghe della poesia e scoprire le strategie che il poeta sceglie per esprimere e trasmettere il suo messaggio o la sua riflessione…

…ma forse avrei scelto quella sul dono, per il suo taglio filosofico-antropologico e non solo letterario: una rifondazione della cultura contemporanea, dall’affermezione del sé individuale alla cultura della condivisione gratuita come quella che avviene nella rete.

Pensandoci ancora un po’…avrei svolto quella di Renzo Piano e, inevitabilmente avrei pensato alle Città invisibili di Calvino, o alle periferie corsare di Pasolini…

 Ogni volta che preparo una prova scritta mi chiedo: sceglierei questa traccia? Saprei svolgerla? E’ il mezzo attraverso il quale potrei esprimere il mio pensiero al meglio?

 “Gli esami non finiscono mai” diceva Eduardo. E’ proprio così e ognuno di noi lo sperimenta ogni giorno.

L’esame di stato accompagna il ragazzo verso questa nuova percezione di sé in relazione al mondo che lo circonda, pronto a farti l’esame prima di spiegarti la lezione.

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Ventalogo della maturità

Ai miei studenti

e a tutti coloro che si apprestano ad affrontare l’Esame di Stato.

 Che fosse questa la prima grande “prova di maturità” della vostra vita ve lo siete sentito dire da sempre; che fosse “alle porte” quando ancora facevate il terzo anno anche; che “una girata e una voltata” vi sareste trovati in fila nei corridoi della vostra scuola pure.

Quindi non potrete proprio dire “e com’è che mi ritrovo qua?”, rimpiangendo i tempi spensierati dei primi anni, volati tra interrogazioni, compiti in classe e giustificazioni spesso improbabili. Ma so che lo direte lo stesso, con un’aria tra lo sconsolato e l’ansioso.

 Da quando sono nella scuola, mi sento come la sabbia nella clessidra: la sensazione è quella di scivolare via, inarrestabile. Ad ogni maturità qualcuno gira la clessidra e la “sabbia del tempo” riprende a scorrere inesorabile fino al nuovo traguardo. Il fatto è che va sempre avanti, sempre, e quando gli anni alle spalle sono di gran lunga più numerosi di quelli che si hanno davanti, il senso di inafferrabilità del tempo diventa molto più che un concetto astratto…

Tuttavia devo ammettere che ogni anno rappresenta un’esperienza a sé. Non c’è “mestiere” meno ripetitivo di questo: ogni classe detta il tempo e il modo, e ti consente di trovare spunti ed entusiasmi nuovi.

 Ora però, bando alla nostalgia che già mi prende per la mia amata 5^AS che se ne va, passiamo alle raccomandazioni pratiche per affrontare al meglio questo primo impatto con la prima prova.

 

  1. Non dimenticate il “documento d’identità”.

Anche se a scuola vi conoscono come il sette-di-denari, il numero del documento va registrato dai Commissari.

  1. Non scordate il Dizionario d’Italiano (e/o dei Sinonimi e dei Contrari).

E’ vero che è pesante, ma trovare la parola giusta al momento giusto non ha prezzo! Siate umili: consultatelo!

  1. Portate una o più penne di riserva.

Alzarsi nel silenzio più assoluto per gridare “Chi ci ha una penna in più?” non deporrà certo a vostro favore e magari in sede di correzione si ricorderanno di voi come “quello della penna”, soprattutto se avete cominciato col nero e continuato col blu…e non potrete obiettare che “tanto sono solo sfumature”.

  1. State calmi (e lo so che state pensando “’na parola!”).

Se l’italiano è la vostra lingua “madre”, anche se talvolta sembra solo una parente lontana, vedrete che le parole prima o poi verranno fuori.

  1. Leggete con attenzione le indicazioni fornite dalla traccia (anche se chiamare così il malloppo di pagine che vi ritroverete fra le mani mercoledì mattina, è un po’ riduttivo).
  2. Analisi del testo: potete affrontarla anche se non conoscete a fondo l’autore. Il testo, come sapete, fornisce indicazioni su di lui, ma attenzione all’analisi “tecnica” (figure retoriche e simili): se vi chiede di riconoscere le strategie poetiche o narrative, lo dovete fare con sicurezza e senza approssimazione

7. Saggio breve-articolo di giornale.

Indicare: tipologia – titolo – destinazione editoriale (per l’articolo). Se manca anche solo un elemento tra questi, potreste venire penalizzati.

Rimanere entro (e non oltre) le cinque colonne di foglio protocollo (e non vale scrivere azzeccato stretto-stretto!)

     8.    Leggete con attenzione i documenti dell’ambito scelto dopo aver

esaminato bene tutto il materiale fornito dal Miur. Sottolineate tutto ciò che credete di utilizzare e citate sempre la fonte.

  1. Dite quello che avete da dire e possibilmente

–       ditelo subito

–       rendetelo interessante

–       non siate ripetitivi

–       non v’impelagate con gli aggettivi

–       state attenti a stereotipi e frasi fatte (da qualcun altro, ovvio…)

10. Mettetevi dalla parte del lettore.

Chiedetevi “Se il commissario esterno d’italiano non fosse obbligato, continuerebbe a leggere, dopo le prime righe, quello che ho scritto?”.

Se la risposta è “no”, regolatevi

11. Dice Beppe Severgnini (giornalista e scrittore): “Il lettore vi può mollare in qualsiasi momento. Trattenetelo. Logica, fantasia, intuizione, sorpresa, umorismo: tutto serve. L’unica colpa imperdonabile di chi scrive è la noia. Un aggettivo in una frase è potente. Due sono interessanti. Tre si annullano. Quattro annoiano. Cinque uccidono (l’articolo, il tema e l’attenzione del lettore)”

12, Evitate di scrivere (come consiglia sempre Severgnini) “Ci sentivamo precari come foglie d’autunno”: le foglie hanno smesso di cadere dopo Prèvert e Ungaretti. Occorre inventarsi qualcos’altro. L’unica metafora efficace, quindi buona è la metafora nuova. Al massimo “Ci sentivamo precari come supplenti” oppure “Sottovalutati come esodati” (è uno scherzo eh?!)

13. Non mangiate o bevete mentre scrivete. Chiedete sempre il permesso prima, a meno che non vi venga esplicitamente detto che potete farlo (il pomodoro della focaccina sul saggio breve non è che conferisca “colore” al pezzo…)

14. Attenti a cellulari, iPhone, iPad e dispositivi vari. Consegnateli subito. Se vi beccano c’è l’allontanamento immediato e l’esclusione da tutte le prove…

Anche le cartucciere vintage sono out. Non ne vale la pena. Abbiate fiducia nelle vostre capacit

15. Una volta terminato il lavoro, leggetelo e rileggetelo e rileggetelo e rileggetelo e rileggetelo e rileggetelo. Controllate che ci sia tutto quello che ci dev’essere. Tanto avete sei ore dalla consegna della traccia. Non fate la cavolata di uscire presto e poi dover dire “Mado’, m’aggiu scurdatu la destinazione editoriale dell’articolo!” . Dopo non si può fare più nient

16. Non so se ho detto tutto, anche se è da quando ci siamo visti la prima volta che vi ripeto sempre le stesse cose…Comunque, la prova d’esame nel suo complesso, è troppo importante per non viverla con serietà e senso di responsabilità. Non è vero che un voto vale l’altro “basta-che-esco-da-qua-col-minimo-e-un-calcio-nel-sedere

17. Se lo prendete adesso, il calcio, probabilmente sarà il primo di una lunga serie. L’università, ma ancor più il mercato del lavoro, là fuori, sono spietati: non si accontenteranno mai di un 60, se hanno a disposizione un 60 o meglio un 100. Non sono solo numeri

16. Alle ragazze. Mi raccomando: è vero che l’abito non fa il monaco, ma la “panza-di-fuori” no, fa tanto “cubbista”. La biancheria sia chiama underwear perché non si deve vedere.

Ai ragazzi: al bando canotte e smanicati, i pantaloni corti con pelo-delle-gambe-in-bellavista. Una camicia, una polo e un jeans non cadente sono sempre giusti.

E’ vero che le persone non si giudicano dalle apparenze, ma rischiare proprio agli esami non è il caso

19. Speriamo la temperatura sia favorevole, ma nel caso di estemporanee escursioni in spiaggia in questi giorni (sì-ma-sotto-l’ombrellone-e-col-libro-di-fisica-in-mano), evitate di abbronzarvi “a craòne”, mentre la Commissione che sta lavorando per voi ha il colore del muro intonacato

20, Il bocca al lupo a tutti…a chi ha fatto il suo dovere e ha sfruttato la scuola come un’occasione preziosa da non perdere, e a chi non l’ha fatto, con la consapevolezza però che, se stavolta la passa liscia, la vita può non essere sempre così generosa!

E non rispondete “Crepi il lupo!” che mi è simpatico e sono contro la caccia!

 P.S. Molte raccomandazioni di questo “ventalogo” sono uno scherzo, così, per sdrammatizzare. Le commissioni sono fatte da docenti che hanno accompagnato fino alla meta i loro studenti, voi come gli altri: non vanno considerate come la “controparte”, ma come la chiave d’accesso al mondo che vi aspetta fuori dal “nido” delle Superiori.

 Ognuno di voi affronterà questa importante prova al meglio delle proprie possibilità e darà il massimo, per il più soddisfacente dei risultati. Ne sono certa.

“Only the brave happen to arrive where the angels can’t tread”

(“Solo i coraggiosi arrivano dove gli angeli non osano spingersi”)

Alexander Pope

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