La grande bellezza della gratitudine #ringraziaundocente

 Voglio dire grazie agli insegnanti che mi hanno cambiato la vita:

Mio padre, Domenico Gatti che mi ha fatto appassionare al sapere ancor prima di conoscere;
La mia maestra delle elementari Bianca Camarda Saponaro, che mi ha insegnato a sfidare me stessa;
La prof. Rometta Paladini Ferrante che mi ha fatto capire quanto sia importante la gratificazione di un alunno;
Il prof. Quirico Vasta che mi ha insegnato il valore della maieutica e la passione per il pensiero filosofico;
Il prof. Luigi Carducci che mi ha fatto amare la letteratura attraverso l’incanto della sua voce;
La professoressa Giustina Favia, che mi ha dimostrato, proprio recentemente, che un insegnante è per sempre;
Il prof. Arrigo Colombo, che mi ha insegnato un metodo infallibile per l’apprendimento e mi ha avviato verso “sentieri in utopia”;
Il prof. Luigi Silori, assistente di Ungaretti, che mi ha fatto innamorare di Leopardi;
Dacia Maraini, che, alla scuola di giornalismo, mi ha fatto scoprire il fascino del saggio letterario;
Il prof. Salvatore Giuliano, dal cui esempio ho appreso che ci si deve mettere sempre alla prova accettando nuove sfide!
Grazie a tutti i miei studenti, che mi hanno insegnato l’amore per questo “mestiere” magnifico.
Grazie per quello che mi avete dato.
Grazie per quello che siete!

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La storia, perchè?

Marx diceva che la storia è “storia delle lotte di classe”.

Oggi, sfogliando un qualsiasi manuale di storia, ci si rende conto che ogni capitolo, ogni pagina è storia di diritti negati.
Storia di potere che opprime e di singoli o classi o popoli che non ci stanno.
Storia di sperequazioni economiche e sociali stridenti alle quali singoli o classi o popoli si ribellano.
Questo facciamo ogni giorno. 

Affrontiamo lo studio di un passato di lotte e sangue raffrontandolo ad un presente di lotte e sangue, di licenziamenti e barconi rovesciati.
Ogni giorno cerchiamo di trasmettere ai giovani la speranza che, se studiano, si impegnano, si attivano nella difesa dei diritti e della democrazia, non sarà sempre così.
Buongiorno.

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Diritti: a ciascuno il suo

I diritti sono diritti. E sono uguali per tutti.

È questo che abbiamo imparato a scuola. È questo quello che insegniamo.

È questo il motivo per cui ogni giorno uno studente si alza e va a scuola.

È questo fine che porta ogni giorno un insegnante nella sua classe.

Approfondiamo i genocidi della storia, condanniamo lo sterminio degli uni sugli altri.

Palpitiamo per la sorte di Sacco e Vanzetti, ci indigniamo per il delitto Matteotti, rabbrividiamo per i martiri delle Fosse Ardeatine…

Ma siamo pronti a rinnegare tutto quello in cui abbiamo creduto, non appena la teoria si fa pratica davanti ai nostri occhi.

E siamo pronti alle discriminazioni, alle emarginazioni, alle classificazioni delle persone in serie A e serie B…

Non esiste tuo e mio, non esiste “casa vostra” se lì c’è guerra, fame, miseria, ingiustizia.

Tutti i giorni un insegnante si alza ed entra in un’aula per dare a tutti un’opportunità.

Tutti i giorni uno studente si alza ed entra in un’aula perché gli venga garantita un’opportunità … anche se si chiama Aisha, Bashir, Jaffar o Sahar e un’aula non ce l’ha perché è stata bombardata.

Stessi diritti dei nostri figli a rincorrere la felicità ovunque essa si nasconda.

Se così non è, inutile alzarsi…domattina

bimbi_immigrati_800_800

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Se…

morti in mare

Se smettessimo di chiamarli “migranti” e li chiamassimo semplicemente persone…
E mettessimo i loro corpi, uno accanto all’altro…
Fino a settecento…
Se riuscissimo a guardare oltre il nostro “particulare”…
Se fossimo disposti a non chiamare “diritti” solo i nostri diritti…
Se provassimo un moto di orrore per come sono morti…per come hanno vissuto…
Forse quegli occhi, visi, mani, cuori
Non verranno dimenticati con la sigla del telegiornale.

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Cari ragazzi, sono un’insegnante e non ho motivo di chiedervi scusa!

Su Facebook da qualche giorno circola questa lettera (http://www.internazionale.it/opinione/lizanne-foster/2015/03/11/scuola-studenti-scuse) e,francamente, non comprendo la frenesia con la quale studenti e colleghi si siano affrettati a condividerla ovunque. Intanto nasce, credo, all’interno di un contesto scolastico totalmente diverso dal nostro. Poi contiene un velato, ma neanche troppo, invito all’anarchia (“Mi dispiace che dobbiate chiedermi il permesso di uscire dalla classe per andare a fare pipì anche se avete già la patente, un lavoro part-time e state prendendo decisioni importanti per il vostro futuro dopo la scuola”) che non condivido affatto. Le regole, scritte o non scritte, della convivenza e del buon senso impongono rispetto reciproco.

E poi, scusa di cosa?
Mi dovrei scusare se fossi un’insegnante che non ci mette l’anima,
se mi rivolgessi a loro in modo sgarbato,
se non educassi con l’esempio, prima che con le lezioni.
Dovrei chiedere scusa se non preparassi con cura le mie lezioni affinché lo standard sia e rimanga alto,
se non dessi loro, giorno dopo giorno, un metodo per apprendere e un metodo per diventare migliori apprendendo,
se lasciassi che lo studio fosse solo finalizzato al voto,
se non li educassi all’onestà, civile e intellettuale.
Quante volte chiudiamo un occhio e anche tutt’e due constatando che si stanno “aiutando” tra loro? Pur facendolo però, li abituiamo al lavoro e alla resa individuale, perché agli esami universitari, come in un colloquio di lavoro “ognuno sta solo sul cuor della terra”…e lì non ci sono i compagni a sussurrare suggerimenti o a passare bigliettini con le soluzioni…
Dovrei chiedere scusa se li soffocassi di compiti da fare, senza poi vedere se e cosa hanno fatto…perché così lancerei il messaggio…”tantoèinutilechelifacciochenonlicontrollanessuno”.
Mi dovrei scusare se, a fronte del lavoro che fanno ogni giorno, non li gratificassi,
se non li rispettassi,

se non tenessi conto di bisogni speciali e normali,

se non prestassi attenzione alle difficoltà e alle eccellenze,
se entrassi in aula senza un sorriso,

se li derubassi dei sogni,
se non pensassi che è nelle mani di questi giovani che stiamo mettendo il futuro di questo Paese…
Di cosa dovrei chiedere scusa?
Di non sentire questo come un lavoro da compiere?
Di non stare nella pelle perché domani devo “farli incontrare con Foscolo e Dante”?
Di contagiarli con il mio entusiasmo che ancora cresce dopo trent’anni di ruolo nella scuola?

Cari ragazzi, sono un’insegnante e non ho motivo di chiedervi scusa!

Diploma Day al Majorana di Brindisi

Diploma Day al Majorana di Brindisi

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Se fossi ancora qui…

Oggi sarebbe stata una di quelle giornate in cui ti saresti alzata e saresti uscita in camicia da notte, per cogliere il primo sole sulle piante di quel giardino che amavi tanto. Avresti controllato l’albero dei limoni, sfregato tra le mani una foglia per odorare la fragranza dell’olio essenziale. Saresti corsa vicino ai gerani per dare un’occhiata ai primi boccioli. Avresti ammirato le piante grasse sempre più alte e le chicas con le prime foglie nuove che si fanno largo dall’interno… Forse avresti preso il caffè, lungo, come ti piaceva, sulla panchina sotto la magnolia… Saresti rientrata solo dopo l’ennesimo invito di papà a metterti qualcosa addosso…e al primo starnuto avrebbe detto: “Hai visto? Ti sei raffreddata!!!” Ma tu non gli avresti dato retta, perché catturare il primo raggio di sole sulle piante non ha prezzo. Tu eri così…la notte, a guardare in su per unire le stelle attraverso fili misteriosi, al mattino per individuare il primo astro del giorno… Adesso sono qui, davanti ad una lastra di marmo con una foto nella quale sorridi…Mamma

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17 settembre; gli ultimi studenti tornano tra i banchi – Impressioni di settembre 2.0 (su Senza Colonne, oggi) 17 settembre 2014 alle ore 18.05 Non tutti in Italia considerano quello dell’insegnante un lavoro “prestigioso”,come, ad esempio, quello del notaio, dell’avvocato, del medico,dell’imprenditore. “Solo 18 ore settimanali”, tre mesi di vacanza, tutte le feste comandate… No,non è considerato un lavoro “prestigioso”, come quello del notaio, dell’avvocato, del medico, dell’imprenditore. Ma di fronte a me, tra i banchi, siede il figlio del notaio, dell’avvocato, del medico, dell’imprenditore. E con loro, il figlio dell’operaio, dell’impiegato,del contadino, dell’artigiano, dell’ambulante, del disoccupato. Siede il figlio che un padre non ce l’ha più, e vede la mamma sgobbare tutto il giorno per comprargli libri e computer. Ma anche il figlio senza genitori, quello della casa-famiglia… No,non è un lavoro che tutti considerano “prestigioso”. Tuttavia,ogni mattina, i miei colleghi ed io, entriamo in aula regalando a tutti un sorriso e cerchiamo di dare al figlio dell’operaio, dell’impiegato, del contadino, dell’artigiano, dell’ambulante, del disoccupato, al figlio senza padre, all’orfano, all’abbandonato, come al figlio del notaio, dell’avvocato,del medico, dell’imprenditore, tutto quello che siamo e tutto quello che sappiamo. A tutti, le stesse possibilità di emergere di farsi strada, di diventare, attraverso la cultura (che per noi non è “scienza infusa”,ma frutto di applicazione, quotidiana e profonda), persone migliori. E’iniziato un nuovo anno scolastico e per me ha ancora il fascino del viaggio,dell’avventura, di un’esperienza che si rinnova sempre e che non può lasciare posto alla routine e all’indifferenza annoiata. Fare l’insegnante in una scuola come quella in cui “insegno e imparo”, poi, è una sfida nuova, diversa da quella che si può fare in qualsiasi altro istituto, con un Dirigente che ha investito se stesso perché diventasse un’eccellenza nel territorio e capofila di una rivoluzione 2.0, travolgente e inarrestabile, che ci ha coinvolti come un tornado da cui ci siamo lasciati trascinare. Abbiamo “riveduto e corretto” il nostro modo di essere insegnanti: lo studente al centro, come dev’essere. Una scuola in cui si sia capaci di incuriosire, di dire sempre qualcosa di nuovo e di porre le basi per una cultura ampia e sicura, da cui poi decollare verso le mete che ciascuno si prefigge di raggiungere, individuate con nostro aiuto di ogni giorno. I ragazzi, oggi, arrivano a scuola “imparati”: non ci si può limitare a dir loro che devono studiare, che nessuno ti regala niente e che si devono impegnare. Lo sanno, e sono tutti un po’ allergici ai doveri e alle imposizioni. Vogliono qualcosa di nuovo, qualcosa che li stravolga e cambi loro la vita per sempre. Vogliono PASSIONE. Vogliono avere la sensazione di non trovarsi lì, tra i banchi (che da noi nelle prime classi già non ci sono più, sostituiti da moduli ergonomici tutti colorati), perché devono assolvere all’obbligo scolastico o comunque terminare un curricolo:vogliono sentire che ne vale la pena alzarsi la mattina presto e, zaino in spalla, mezzi assonnati, venire a scuola ogni giorno, per un anno intero. Vogliono che la scuola dia loro strumenti per leggere la vita con più chiarezza, per affrontarla con consapevolezza e maturità. Vogliono verificare se le parole, gli argomenti, i dati con cui noi docenti li sommergiamo ogni giorno, ottenuti a prezzodi anni e anni di studio “matto e disperatissimo”, ci riempiono davvero la vita, se sono “la nostra passione”. Vogliono che diciamo loro che senza “i saperi” che trasmettiamo, la vita sarebbe più opaca e meno affascinante, che siamo mediatori di qualcosa di unico e indispensabile. Ci guardano negli occhi: vogliono intravedere una luce, l’emozione nelle parole che pronunciamo, lo stupore nel riscoprirle con loro, ogni giorno. Se non ci crediamo noi, perché dovrebbero farlo loro? Vogliono sentire i brividi del Fanciullino di Pascoli, il tormento nei versi diPetrarca… Vogliono ridere con le novelle di Boccaccio, riscoprire il genio di Leonardo e l’immensità di Dante. Ricostruire le tattiche di guerra di Napoleone, parteggiare per gli umili, i vinti, gli oppressi e i rivoluzionari. Sentire che la guerra è una cosa sporca perché rende l’uomo “quello della pietra e della fionda”.Vogliono imparare ad amare gli articoli della Costituzione… Non vogliono una scuola divertente, ma una scuola coinvolgente, affascinante,interessante, fatta di ore, giornate da non perdere. A loro non interessano i contratti, le Quote 96, quanti anni ci mancano alla pensione, se il sistema è retributivo o contributivo. E tuttavia sono pronti a lottare se una riforma lede i loro diritti, ma si aspettano di farlo in un ambiente in cui sono tutti dalla stessa parte e concorrono per un unico fine. Gli studenti vogliono essere sfidati, messi alla prova: vogliono dimostrare di avere qualità, di essere individui unici e irripetibili, capaci di pensare, di valutare e anche giudicare. Non si accontentano di stereotipi e luoghi comuni,ma desiderano imparare ad essere liberi nel pensiero attraverso l’educazione alla libertà. Vogliono farci vedere che quello che abbiamo trasmesso loro si è trasformato,dialetticamente in una sintesi superiore, un pensiero nuovo, più grande di quello da cui sono partiti, gravido di nuove intuizioni… Vogliono che insegniamo loro a prendere le misure e aiutarli a trovare il loro posto nel mondo che li circonda, ma senza spegnere la loro creatività e, soprattutto, la loro voglia di sognare. Credo che, dopo tanti anni, è questa la scuola che gli studenti vogliono, una sana mediazione tra tecnologia e tradizione, che parli il loro linguaggio, ma gliene insegni uno migliore. Una scuola che porteranno nella testa e nel cuore, che potranno raccontare ai loro figli come il periodo più strepitoso della loro vita. Il nostro lavoro “non prestigioso”, di cui molti ricordano solo i tre mesi di vacanza (autentica leggenda metropolitana),ha un senso per la traccia indelebile che lascia nell’anima del figlio dell’operaio, dell’impiegato, del contadino, dell’artigiano, dell’ambulante,del disoccupato, del figlio senza padre, dell’orfano, dell’abbandonato, come in quella del figlio del notaio, dell’avvocato, del medico, dell’imprenditore. E penso che il mio lavoro, ritenuto da alcuni, “non prestigioso”, è il più bello del mondo e ritengo sia un vero privilegio poterlo svolgere ogni giorno. Non potrei fare altro. Non saprei fare altro. Buon anno scolastico a tutti.

4AS 2013 14

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