Foscolo e l’eterno canto della poesia

Nel corso della propria vita, istintivamente o razionalmente, l’uomo è proteso verso l’infinito. Non si rassegna alla prospettiva di una breve parabola su questa terra e aspira a consegnare se stesso e la propria opera all’eternità.
L’attribuzione alla poesia di una funzione “eternatrice” è, nella poetica foscoliana un tratto peculiare. Sottrarsi allo scorrere inesorabile del tempo e al suo potere distruttivo, diventa per il poeta l’obiettivo della sua attività letteraria. Superare le barriere troppo anguste della condizione umana per avvicinarsi all’immortalità è un traguardo che si raggiunge solo attraverso un’arte che abbia, come canone distintivo, la “bellezza ideale” delle statue greche che, nella loro marmorea plasticità hanno sfidato il tempo, rendendo eterno, appunto, il messaggio di cui erano e rimangono portatrici.
Foscolo non poteva non farsi portavoce di questa eco che viene dal passato: la nascita in terra ellenica lo aveva segnato profondamente. Il fatto che la corrente letteraria più in voga del tempo fosse il Neoclassicismo, appare solo come una felice coincidenza: Foscolo sarebbe stato neoclassico a prescindere dalle mode del suo tempo.
Quella che gli aveva dato i natali era la mitica terra di Omero che aveva consegnato se stesso alla storia cantando “l’acque fatali” attraverso le quali, “bello di fama e di sventura” il suo eroe, Ulisse, era riuscito a baciare “la sua petrosa Itaca”. Zacinto sarebbe rimasta un puntino sulla carta geografica se Foscolo non l’avesse resa patrimonio eterno dell’umanità.

E’ alla classicità che Foscolo si ricollega, al poeta latino Orazio che nei Carmina afferma orgoglioso “Ho compiuto un’opera memorabile, più durevole del bronzo,/ più elevata della regale mole delle piramidi” ed è la consapevolezza di aver creato qualcosa di grande che lo porta ad affermare con sicurezza “Non tutto di me morrà, la mia più grande/parte non scenderà a Libitinia/e crescerò di gloria sempre nuova” (Orazio, Carmina, III, 30, trad. it. Di L.Canali). «Non omnis moriar» (v. 6) decreta il poeta latino, con un verso di per sé bello ed eterno cui nessuna traduzione può mai rendere giustizia, perché in quell’affermazione di immortalità è contenuto un concetto che ne consacra anche l’autore.
La Bellezza idealizzata da Winkelmann, calma e nobile, è l’ideale che dal passato va recuperato, perseguito nel presente e consegnato alla dimensione eterna. Foscolo celebra nelle Odi la “bellezza muliebre che (…) viene eternata dal canto dei poeti, che a quelle creature danno l’immortalità delle dee” (N.Mineo, Ugo Foscolo in La letteratura italiana. Storia e testi, Laterza, Bari, 1977).
La poesia dunque ha il fine sublime di strappare alla corrosione del tempo i personaggi che la ispirano: non solo gli eroi dunque, non soltanto i vincitori, ma anche i vinti che, sia pur sconfitti, non vengono consegnati all’oblìo, ma restano vivi nel ricordo, testimoni del loro ruolo nella storia:
“E tu, onore di pianti, Ettore, avrai,/Ove fia santo e lagrimato il sangue/Per la patria versato, e finchè il Sole/Risplenderà su le sciagure umane.” (Dei sepolcri, vv.292-295)

Pur già presente nei Sonetti e in gran parte nelle Odi, è nel Carme Dei sepolcri, appunto, che Foscolo fa l’apoteosi della poesia come mezzo di immortalità. La quarta e ultima sezione (vv. 213-295) è dedicata al potere della poesia e alle Muse che, ispirandola e facendosi custodi dei sepolcri, li animano di un canto che «vince di mille secoli il silenzio» (v. 234).
Il poeta di Zante introduce la sua riflessione sulla poesia eternatrice servendosi ancora una volta del mito classico e riferendosi prima alle vicende di Aiace, poi a quelle della famiglia di Priamo, distrutta dalla guerra. Qui crea un parallelismo: se la tomba garantisce, con la sua concretezza materiale, il ricordo dei defunti, la poesia si fa testimone di una forma di memoria ancor più elevata e duratura.
Negli ultimi versi dei Sepolcri, possiamo cogliere il richiamo all’origine stessa del tema della poesia eternatrice: di nuovo le sventure dei mortali, di nuovo le sofferenze della guerra, ma, sopra a tutto ciò, il canto di un “vate sacro” (Carm.IV9 28).

L’originalità di Foscolo sta dunque nella funzione e nel messaggio che la poesia invoca per sé: la missione “civilizzatrice” che “rende operativa la lezione dei Sepolcri, rimettendola in vita” in una società sorda al richiamo delle “urne dei forti”. E’ proprio nel periodo di decadenza nel quale Foscolo si trova costretto a vivere che la poesia assume un valore irrinunciabile, “unico esempio possibile di riscatto umano e civile” (P.Cataldi, Ugo Foscolo, “Dei sepolcri”, in “Allegoria”, 23, VIII, Nuova Serie, 1996).

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Informazioni su Giusy Gatti

Docente di Lettere al Liceo delle Scienze Applicate
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