“Mia cara Irma”: il Montale innamorato

«Vestito con buon gusto (…) davvero semplice, alquanto brutto e spesso, persino, piatto»: questa l’impressione che l’italianista americana Irma Brandeis aveva avuto incontrando Eugenio Montale per la prima volta.
Non solo. Riferisce anche una conversazione nella quale non riesce a salvare «dieci parole degne di essere ricordate».
Eppure era stata lei a cercarlo.
Il 15 luglio del 1933 una ragazza alta, capelli corti e scuri a caschetto, occhi azzurro intenso, si era presentata al Gabinetto Viesseux di Firenze chiedendo del direttore.
Aveva letto la raccolta di poesie “Ossi di seppia” (pubblicata nel 1925 da Piero Gobetti) e ne era rimasta affascinata.

Irma Brandeis è un’appassionata studiosa di letteratura italiana e di Dante: allieva di Singleton, più tardi, nel 1960 avrebbe pubblicato un importante studio dantesco (The Ladder of Vision. A Study of Dante’s Comedy, Chatto & Windus, London), in cui tratta il tema della scala che porta a Dio nella “Commedia”.
Colta, poliglotta e cosmopolita, appartenente a una ricca famiglia ebraica di origine austro-boema residente a New York, Irma aveva divorato i versi degli “Ossi” e nel 1933, durante un viaggio in Italia, si era messa in testa di volerne conoscere l’autore.

Eugenio Montale, che dirige la biblioteca fiorentina dal 1929, quel giorno non è in ufficio.
S’incontreranno l’indomani e poi per altri «pochi giorni di presumibile incantato corteggiamento, con scambio di libri e di pareri letterari come strategia d’avvicinamento» (R.Bettarini, Lettere a Clizia, Mondadori 2006).
Lei è entusiasta: «Siamo diventati amici! Abbiamo parlato di Ezra Pound, di T.S.Eliot, dell’Inghilterra, dell’America e dell’Italia».
Lui è palesemente impacciato: «Il grande poeta non sa parlare – dirà Irma in una lettera. – Mi dice, umilmente, delle cose stupide. E mi piace adesso, non perché somiglia tanto alla sua opera, ma perché non ci somiglia affatto!».
Irma e “Arsenio” (variante con cui il futuro Nobel firmerà molte lettere) si incontrano spesso, ma quasi mai da soli. Tuttavia, tra di loro nascerà una bruciante storia d’amore che avrebbe dato vita all’ultimo grande personaggio femminile della lirica italiana: Clizia/Irma, appunto, come Laura e come Beatrice.

All’inizio di agosto, Montale parte per una vacanza tra Parigi e Londra. Non è solo. Con lui c’è un’altra donna.
Il terzo vertice del triangolo amoroso è Drusilla Tanzi, scrittrice, studiosa appassionata e amica di Italo Svevo. Lei e Montale si erano conosciuti a Firenze all’interno del gruppo gravitante intorno alla rivista d’impegno culturale, civile e politico “Solaria”. Sposata dal 1910 col critico d’arte Matteo Marangoni (da cui aveva avuto un figlio, Andrea), aveva ospitato il poeta nella sua casa di via Benedetto Varchi nel 1927.

Eugenio e Irma in quei giorni si scrivono. Lui definisce Parigi e Londra città «uninteresting» e «ridicole». Più volte il poeta fa cenno, nelle lettere inviate a «My dearest Irma», ad un suo possibile trasferimento oltreoceano.
In una missiva del 7 agosto le prospetta, in una lingua ibrida, ben “four solutions” per il loro futuro: «1: Irma viene a vivere in Europa; 2: Arsenio va a vivere negli U.S.A. (difficile!); 3: Irma e Arsenio si incontrano ogni estate in Europa (orribili inverni!!); 4: Arsenio è dimenticato e ridotto in pezzi. Scegli, mia carissima Irma». Ma, in realtà, non è Irma che deve scegliere.

Nessun riferimento all’esistenza di Drusilla, né alla propria mancanza di coraggio di fronte al bivio d’amore. Eppure, tra le righe, un indizio Irma avrebbe potuto coglierlo. In queste lettere il poeta si identifica col nome della sua controfigura, Arsenio appunto, protagonista dell’omonima poesia degli “Ossi” e questo avrebbe dovuto perlomeno allarmare l’appassionata estimatrice della poesia montaliana! In questo componimento, infatti, Arsenio sta per intraprendere un viaggio nel mare in tempesta, al fine di raggiungere “un’altra orbita”, un’occasione salvifica, che dia finalmente un senso all’esistenza: «E se un gesto ti sfiora, una parola/ ti cade accanto, quello è forse, Arsenio,/ nell’ ora che si scioglie, il cenno d’ una/ vita strozzata per te sorta, e il vento/ la porta con la cenere degli astri». La ricerca di Arsenio fallisce, condannandolo ad una condizione di non-vita.

Tuttavia Irma, forse troppo presa dal sentimento appena sbocciato, non coglie il messaggio sotteso.

Finalmente il 5 settembre Montale è di nuovo a Firenze. S’incontrano a Piazzale Michelangelo: davanti allo spettacolo mozzafiato della città di Dante, si scambiano l’intenzione di non chiudere la relazione. Intanto si scriveranno, promettono. L’incanto di quella notte tornerà più volte nei componimenti poetici di Montale, persino in quelli più tardi: «Non dimenticherò mai quel ritorno tra scale acque e terrazze. Mi sentivo ubriaco non di quel fiasco a triplo fondo, cara Irma, ma di te e della tua presenza. E dopo… quando si è stati così felici almeno per un’ora si può fare ancora qualcosa per essere riconoscenti alla sorte e per vincere le difficoltà».

Il 7 Irma si imbarca sul Rex per far ritorno in America. Lui resta a Firenze, legato a «una catena che nessuno gli ha messo al collo» (Bettarini), ma dalla quale è incapace di liberarsi: è Drusilla (che il poeta chiamerà Mosca in «Caro piccolo insetto» e molte altre poesie).
Nel novembre ripete nelle lettere a Irma (che canterà col nome mitologico di Clizia nella raccolta a lei dedicata “Le occasioni” pubblicata da Einaudi nel 1939) di non riuscire a pensare «alla breve oasi del 5 settembre senza impazzire» e di amare «ogni centimetro di te e del tuo corpo».

La corrispondenza si fa più fitta: dichiarazioni d’amore, promesse, pettegolezzi, valutazioni letterarie. Con maniacale precisione, portano il conto delle lettere che si scambiano. Di tutto parlano, fuorché di Mosca.
«Mia cara Irma, io sono abituato a cibarmi di nuvole e lontananze, ma tu meritavi qualcosa di meglio! Io sarò sempre tuo, a tua disposizione, pronto a fare quello che vorrai, e persino a pensare quello che vorrai farmi pensare (…). Non desidero di meglio che pensare con la tua testa e vedere coi tuoi occhi», le scrive nel dicembre del 1933.
Nell’estate dell’anno successivo Irma vuole tornare in Italia. È piena di speranze. Sul suo diario annota «Italia Firenze con E.M. Venezia ovvero l’inizio della vita e la morte».
Il 5 giugno, mentre è già sulla nave diretta in Europa, Irma riceve una lettera nella quale Arsenio le insinua un sospetto: «Accanto ai mille e uno motivi che mi fanno pazzamente desiderare di riaverti qui, ce n’è uno, o mezzo, che mi preoccupa e mi fa temere. Ma quest’uno, o questo mezzo, si riferisce a cosa che non può assolutamente dirsi per lettera, e che non tocca per nulla i miei sentimenti per te, che sono, semmai, ingigantiti. E nulla ho fatto che possa neppur lontanamente, neppure con l’ intenzione, rendermi meno degno di te. Quando saprai capirai».
Irma invece non capisce e quella che doveva essere l’estate delle conferme e delle decisioni, si trasforma in un incubo: i due litigano, si rappacificano, si lasciano, si ritrovano, si amano.

Irma riparte. S’impone d’essere paziente: avrebbe aspettato i tempi del suo Arsenio.
Drusilla è gelosa di Eugenio: lo minaccia, lo ricatta. Non se lo farà portare via tanto facilmente.

E’ datata 7 febbraio 1935 la lettera disperata in cui Irma legge che X (così indica Drusilla, con la sigla che anticipa la Xenia delle prime due sezioni di Satura del ’71) minaccia di suicidarsi. Montale è invischiato in una spirale perversa. I «bei desideri» lasciano il posto al cappio al collo, alla stricnina, al volo dal settimo piano di Drusilla.

Irma non regge.
Il 21 febbraio scrive: «Ecco la situazione: una donna isterica minaccia di uccidersi e in questo modo tiene in scacco finché vive la vita di due persone. Una di queste decide di accettare la situazione, l’altra, semplicemente, non ha scelta. A quest’altra può succedere qualunque cosa: sarà sopportabile, purché Lei non minacci di uccidersi. (…)Ti amo; e forse disprezzo quello che hai fatto, ma questo non cambia le cose. Le soluzioni più ovvie, immagino, sono di piangerci su, scriverne o fare l’amore con un altro. Perdonami se quanto ho scritto sembra non da me e orribile. Il mio cuore ha preso a battere con un ritmo sgradevole, rapido e a fior di pelle». Ma Irma non spedì mai quella lettera.
Probabilmente ne scrisse un’altra, più soft, dato che Montale il 9 marzo ribadisce ancora il suo fermo proposito di affrancarsi gradualmente da Mosca per partire alla volta di New York.

Nulla tra loro è più lo stesso.
Nelle lettere i toni cambiano. La Irma Brandeis lontana, destinataria delle lettere si trasfigura gradualmente nella Clizia che diverrà la protagonista delle raccolte Le occasioni e La bufera e altro. Se quando sono insieme lei gli ricorda e rinfaccia la sua incapacità di scegliere, da lontano può idealizzarla e trasformarla in una donna angelicata, una nuova Beatrice dispensatrice di salvezza, unica alternativa alla prigione del meccanicismo della realtà, ad una quotidianità opprimente, resa ancora più drammatica dagli eventi della storia che incombe (il fascismo, il licenziamento, la guerra, l’avvento della società di massa).

1938: è ancora l’estate a fare da sfondo ad un nuovo incontro tra i due.
Montale accenna al suo trasferimento negli Stati Uniti, ma non ci crede nemmeno lui. Irma sente che quella è l’ultima volta. Lascerà definitivamente l’Italia a causa delle leggi razziali.

Lui andrà a vivere con Drusilla che sposerà il 23 luglio del 1962 (pochi anni dopo la morte del marito). Dopo aver stravolto la vita del poeta, frapponendosi tra lui e Clizia, Mosca morirà solo un anno dopo al Policlinico di Milano per le complicazioni di una caduta nella quale aveva riportato la rottura di un femore.

Nel 1975 il poeta, che da tempo è diventato famoso in tutto il mondo, viene insignito del Premio Nobel “Per la sua caratteristica forma poetica che, con grande sensibilità, ha interpretato i valori umani nella prospettiva di una vita senza alcuna illusione”.

Il silenzio tra Arsenio e Clizia dura da quarant’anni, quando, nel 1981, quasi ottantacinquenne, le invia l’edizione critica dell’opera in versi edita da Einaudi, accompagnata da un biglietto su carta intestata del Senato dalla grafia tremolante e quasi illeggibile: «Irma, sei tuttora la mia dea, my divinity. Rendo omaggio prima di tutto a te. Prego per te, per me. Perdona come scrivo. Quando, come ci rivedremo? Ti abbraccia il tuo Montale». È Clizia stessa ad apporvi la data: 15 giugno 1981.
Tre mesi dopo, il 12 settembre, il poeta muore.

Il 12 ottobre 1983 (nello stesso giorno della nascita di Montale) la professoressa americana Irma Brandeis, quasi ottantenne, affida ad Alessandro Bonsanti, responsabile dell’ Archivio Contemporaneo presso il Gabinetto G. P. Vieusseux di Firenze, un plico contenente 154 lettere inviatele da Montale fra il 1933 e il 1939.
Nella chiusa dell’avvertenza «al lettore», Irma aveva ricordato il loro ultimo incontro del 1938: «Quando tornai a casa alla fine di quell’estate sapevo con la stessa certezza che ci sarebbe stata una guerra e che non ci saremmo più rivisti».
La Brandeis si fa garantire da Bonsanti che non avrebbe pubblicato le lettere prima che fossero passati vent’anni dal giorno della donazione.

I sigilli sono stati aperti nel gennaio 2004 e due anni dopo l’epistolario (edito da Mondadori con il titolo Lettere a Clizia a cura di Rosanna Bettarini, Gloria Manghetti e Franco Zabagli) viene pubblicato e presentato nella Sala Ferri del Gabinetto Vieusseux a Firenze, nello stesso luogo dove tutto era cominciato.

GiusyGatti©tutti i diritti riservati

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