Luigi Pirandello e Marta Abba: “Senza la tua presenza la mia arte muore”

«Senza la tua presenza la mia arte muore»
Così scriveva Luigi Pirandello in una delle 560 lettere indirizzate a Marta Abba. «Marta non m’abbandonare – non è possibile che tu non sia, come autrice vera e sola, in tutto quello che ancora faccio. Ma io sono la mano. Quella che in me detta dentro, sei tu».
Che la giovane attrice fosse diventata la musa ispiratrice del Maestro nell’ultimo decennio della sua vita, è un dato di fatto. Se tra i due ci sia stata una “vera” storia d’amore, invece, non siamo certi. E proprio perché sul loro rapporto non è stato ancora detto tutto, gli studiosi e la critica continuano a interessarsi al “caso” spulciando tra le righe del carteggio che i due si scambiarono dal febbraio del 1925 fino ai primi di dicembre del 1936.
Quando si conobbero lui aveva 57 anni, lei 24.
L’aveva scritturata “a scatola chiusa” perché si era distinta tra gli allievi dell’Accademia dei Filodrammatici ed aveva ricevuto apprezzamenti dal più esigente dei critici, Marco Praga.
«Io arrivai a Roma accompagnata da mia madre – racconta la stessa Marta – Era il primo viaggio verso una compagnia con la quale avrei poi dovuto fare una tournée. Sul palcoscenico vidi alcune persone nel semibuio. E una con i capelli d’argento, il pizzetto bianco, piuttosto curvo. Io entrai in palcoscenico e qualcuno disse: è Marta Abba. Pirandello allora scattò dalla poltrona e mi venne incontro con quella sua stupenda vitalità: non pareva vecchio! Mi strinse ripetutamente la mano e mi disse: benvenuta, signorina, siamo contenti che sia arrivata».
Lui così la descrive «È giovanissima e di meravigliosa bellezza, capelli fulvi, ricciuti, pettinati alla greca, la bocca ha spesso un atteggiamento doloroso, come se la vita di solito le desse una sdegnosa amarezza; ma se ride ha subito una grazia luminosa, che sembra rischiari e ravvivi ogni cosa»; «occhi di mare, liquidi, pieni di luce».
L’arrivo di Marta Abba al Teatro d’Arte ne stravolge gli equilibri.
Mentre la giovane attrice inizia a esercitare un netto ascendente sul Maestro, un certo malumore si diffonde nella Compagnia. «In breve – ricorda Virgilio Marchi, scenografo di Pirandello – l’Abba divenne il centro di attrazione della Compagnia, l’istinto potente, la curiosità della nuova interprete, le attenzioni rivoltele dal Maestro, vincevano sulla intelligenza generale dei compagni d’arte, dominando anche su quella acuta e colta di quell’attore scaltro e profondo che risponde al nome di Picasso. […] La creatura suggestiva incarnante la vita dei personaggi allontanava sensibilmente il Maestro dalla nostra confidenza».
7 febbraio 1925: il drammaturgo le scrive una lettera di poche righe. La prima di 560 missive che le inviò sino al 1936, anno della sua morte. Marta gli rispose 238 volte.
Sulla natura del rapporto tra i due non si è giunti ad una conclusione definitiva. Apparentemente sembra si tratti solo di stima professionale profonda. Tuttavia tra le righe delle lettere viene fuori un tono confidenziale che rimanda a ben altro.
Il Pirandello che tutti conosciamo, alla luce di questo “rapporto” (così come emerge dall’epistolario) sembra un’allucinazione; quasi che prima di conoscere la giovane Marta lui non riconosca la sua come vera “arte”! Lui, che nelle novelle, nelle commedie e nei drammi sembra guardare tutti dall’alto, attraverso la lente dell’umorismo e dell’ironia, adesso appare protagonista assoluto del suo dramma personale, il più tragico: amare senza essere riamato.
Il sentimento del Maestro è evidente: «Marta mia, Ti mando in questo momento, sono le 10 e 1/2 del mattino, un telegramma con risposta pagata, per avere prima di questa notte Tue notizie. Questa notte sono stato agitatissimo, ho fatto un orribile sogno. E ho bisogno di tranquillarmi! Non puoi immaginarti in quanta preoccupazione io viva. Le cose più folli mi passano per la testa e non trovo un momento di requie… Pensa a me, pensa a me, Marta: io sono qua unicamente per Te; non veder chiusa entro limiti angusti la Tua vita; il Tuo destino è grande; Tu sei un’Eletta; non puoi circoscrivere in un ambito mediocre la Tua esistenza».
Marta diventa per Luigi il “Mal giocondo” della sua esistenza: l’amore che lo fa sperare e soffrire, soffrire e sperare, in un’altalena appesa ai fili dell’agonia.
L’animo di Pirandello esce lacerato: dalle lettere si può ripercorrere la sua parabola umana discendente. Mentre l’artista è in auge, l’uomo paga il prezzo di una vita in cui l’amore o è malato (Antonietta Portulano, la sua follìa) o non è. Marta infatti non lo ama. E’ fredda, distante, lo rabbonisce con quella condiscendenza che si usa per gli irrecuperabili. Lei non soffre perché non ama.
«Spazi, Maestro – gli scrive – spazi, largo, largo, non vorrei che Lei girasse troppo a lungo in giro a quel perno di vita e di morte, la vita che non deve consistere, perché se no diventa morte […]. No, Maestro, vorrei che Lei spaziasse di più nella poesia, nell’amore, e anche per me trovasse qualche cosa per l’anno venturo di diverso».
La Abba è per Pirandello “La Musa”, la sublime ispiratrice di testi scritti apposta per lei e di parti che le calzano come un abito su misura. «Scrivimi, fatti viva, ho tutta la mia vita in Te, la mia arte sei Tu; senza il Tuo respiro muore».
E lei: «Per ora non si agiti e cerchi di rimettersi. E non si stanchi troppo scrivendomi». Oppure: «Caro Maestro non si scomodi a farmi dei telegrammi perché le mie notizie le arriveranno sempre, non così frequenti per il da fare di questi giorni». E ancora: «Stia a letto un po’, si riposi, non faccia smanie, e si faccia servire su in camera. Ho sentito parlare della ‘prima’ e dire tanto bene. Su i cuori! Auguri e tante cose care».
Il sentimento di Pirandello è forte e incontenibile: nel 1926, in un testamento olografo, lui la nomina erede per un sesto, oltre a lasciarle i diritti delle preziosissime opere scritte dopo il loro incontro. Marta ne divenne l’avida custode. Si opporrà, infatti, ad ogni rappresentazione teatrale che non le venga pagata profumatamente, battendosi in tribunale per i diritti, quando all’indomani della scomparsa dello scrittore, nasce un contenzioso con i familiari, che si concluderà solo nel 1962 con una sentenza della Corte di Cassazione che, in data 21 febbraio 1969, riconosce agli Eredi Pirandello il diritto di includere negli Opera omnia dello scrittore i testi teatrali “di proprietà di Marta Abba” (Il Foro italiano, dicembre 1969, vol. XCII, coll. 3265-78).
Tuttavia Marta non ricambia l’amore di Luigi Pirandello. Anzi, più lui si fa insistente, più lei si ritrae pur senza recidere mai completamente il filo della speranza di lui.
Nelle lettere non corrisponde ai languori mortali di Pirandello: «Muojo perché non so più che farmene della vita», «In questa atroce solitudine non ha più senso vivere, né valore né scopo».
Lui le esprime tutta la sua disperazione, preciso, nei dettagli. Le dice quanto preferisca soffrire piuttosto che non amare affatto, si umilia e si avvilisce.
Lei gli risponde con educazione, gli dà del “Lei”, lo chiama sempre “Maestro” elencando le mille questioni pratiche della sua vita. Parla di soldi soprattutto, ma anche di attori, tournée, compagnie; gli parla di salute, di viaggi…d’amore mai.
Non lo lusinga, non fugge per farsi raggiungere. E’ realmente indifferente.
Tuttavia appare consapevole di quanto l’amore che Pirandello le porta, possa essere foriero di vantaggi pratici. Sa che nelle sue mani lo scrittore ha messo le redini della sua vita e dunque del suo teatro: gli impone di scritturare sua sorella Cele, pretende modifiche ai testi «[… ] l’ho letta due volte. Finale primo atto qualche lievissima modifica e anche nel finale del secondo, più rapido. Terzo atto a me pare giusto. Tuda non ha espressioni felici e chiare soprattutto per essere così tronche; a mio avviso andrebbe più svolta l’ultima battuta, (la rileggerò ancora)». Probabilmente aveva interpretato a modo suo quello che c’era dietro tutte le parole che il Maestro le inviava, cosa celava il languore, la disperazione: la verità, forse, era che il primo a cadere vittima dei suoi moti dell’animo era lo stesso Pirandello, che si era illuso di amare, ma in realtà non amava nessuno, “cercava il rapporto di testa con se stesso e mai con una donna vera”.
D’altronde il destino dello scrittore era stato “pirandelliano” fin dal matrimonio con Antonietta Portulano che aveva sposato il 27 gennaio del 1894: un rapporto nato sotto il segno della non comunicazione reciproca e profondamente segnato dalla malattia mentale di lei. Pazza di gelosia, lo accusava continuamente di essere infedele:
«Luigi, dove sei? Che fai?»
«Qua sono. Sto scrivendo».
«A chi? A qualcuna delle tue fimminazze, eh?»

«Tu a quelle fimmine le hai conosciute tutte?»
«Quali fimmine, ‘Ntunie’?»
«Quelle che poi ci scrivi sopra una novella».
«Ma che ti viene in testa? Sono cose di fantasia. Non esistono!»
«Esistono, esistono!».
«Ma dove, santo Dio?!»
«Nella tua fantasia, lo dicesti tu ora».
All’amico Ugo Ojetti il 10 aprile 1914, Pirandello aveva scritto: «Ho la moglie, caro Ugo, da cinque anni pazza. E la pazzia di mia moglie sono io – il che ti dimostra senz’altro che è una vera pazzia». In Uno, nessuno e centomila, il protagonista Gengè si prostra davanti alla Pazzia, battendo tre volte la fronte sul pavimento: «Tu, non io, capisci, davanti a tua moglie, capisci? dovresti star così! E io, e lui, e tutti quanti, davanti ai così detti pazzi, così!».
Una nemesi insomma.
Marta Abba non era una seduttrice, né una mangia-uomini. Non ebbe relazioni sentimentali negli anni della vicinanza con Luigi Pirandello. Due anni dopo la sua morte, a Cleveland sposò un petroliere americano, ricchissimo: il matrimonio si concluse 14 anni dopo con un divorzio miliardario del quale la Abba non volle mai parlare.
Pare certo che l’artista, dopo la morte del Maestro, abbia perso la sua grandezza d’attrice insieme con le sicurezze di donna, venerata e messa sul piedistallo dal Premio Nobel. Ogni tentativo di tornare al successo in teatro si rivela quasi un fallimento. Probabilmente, alla fine, la Abba rimpianse di non aver corrisposto l’amore di Pirandello: aveva compreso, forse, che, se non fosse stato per lui, di lei non sarebbe rimasta traccia alcuna.
In una lettera datata 7 ottobre 1936, il Maestro le aveva scritto, quasi prevedendo la fine imminente: «Qui lontano, resterò a vivere fino all’ultimo respiro. Addio, Marta mia! E sentiti sempre, tutta, nel bene senza fine che Ti vuole il Tuo Maestro».
Nell’epistolario Pirandello torna poeta, quello degli esordi: in un’ideale chiusura del cerchio, Pirandello che dalla poesia è partito, alla poesia approda, come desolata sponda della disperazione. Sembra che la poesia gli permetta di prendere congedo da un’esistenza tormentata e divenuta invivibile.
L’ultima lettera risale a sei giorni prima della morte dello scrittore (avvenuta per le complicanze di una polmonite, il 10 dicembre del 1936), ma Marta la riceverà mentre recita al Plymouth Theatre di Broadway solo il 14, quattro giorni dopo. E’ datata 4 dicembre 1936: «Se penso alla distanza, mi sento subito piombare nell’atroce mia solitudine, come in un abisso di disperazione! Ma Tu non ci pensare! Ti abbraccio forte forte con tutto, tutto il cuore. Il Tuo Maestro».
A 86 anni, oramai sulla sedia a rotelle, l’attrice si esibisce sul palcoscenico per l’ultima volta, proprio declamando stralci di quelle lettere che, solo dopo tanti anni, forse “legge” come la manifestazione di un autentico amore divorante.
Colpita da paresi, Marta Abba si ritira a San Pellegrino Terme per curarsi.
Muore a Milano, nella clinica di Santa Rita, il 14 giugno 1988.
Leonardo Sciascia, altro grande scrittore siciliano, che sull’attrice ebbe a esprimersi in diverse occasioni, apre il suo Alfabeto pirandelliano con la voce ABBA: «Creatura, personaggio, attrice di inalienabile condizione pirandelliana: come del resto tutte le vite di coloro che con la vita di Pirandello hanno avuto a che fare. Vite di vittime di cui Pirandello era vittima».

GiusyGatti©tutti i diritti riservati

Bibliografia
(A.d’Amico – A.Tinterri, Pirandello capocomico, Palermo 1987, pp. 413 s.).
(L. Pirandello, Lettere a Marta Abba, a cura di B. Ortolani, Milano 1995, p. 1392)”.
Antonio Alessio, MARTA ABBA, CARO MAESTRO…. LETTERE A LUIGI PIRANDELLO (1926-1936), a cura di Pietro Frassica, Milano: Mursia, 1994. 10, 406 pp.
Luigi Pirandello, Lettere a Marta Abba, Editore: Mondadori. Collana: I Meridiani, Anno edizione: 1994
http://www.treccani.it/enciclopedia/marta-abba_(Dizionario-Biografico)/
http://urbanpost.it/le-lettere-meravigliose-di-pirandello-e-marta-abba-tornano-a-casa-quando-le-parole-sono-proprio-belle/#pZcXpXXb24xHWjWK.99

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