“Non amo che le rose che non colsi”: Amalia Guglielminetti e Guido Gozzano

Il tema degli amori più o meno tormentati che hanno come protagonisti poeti, scrittori e artisti in generale, è affascinante e tutto da scoprire.

Attraverso l’indagine sui loro sentimenti “veri”, se ne intravedono i riflessi sulla loro opera, retroscena poco noti al grande pubblico: un’occasione per strappare all’oblìo aspetti del mondo letterario che spesso le antologie non riportano. Arte e vita s’incrociano e si fondono, restituendo al lettore un’immagine più completa, palpitante e umana, di poeti e scrittori conosciuti solo sulla carta, che hanno vissuto veramente, si sono commossi, hanno gioito, pianto, sospirato come tutti, ma che sono stati capaci di trasformare la loro inquietudine in opera d’arte facendo sì che le loro gioie, i loro pianti, i loro sospiri fossero un poco anche i nostri.

La storia di oggi è quella tra Amalia e Guido.

Lei è Amalia Guglielminetti, poetessa, fiera della propria solitudine e spirito libero, “donna appassionata e sensuale, dominatrice e crudele, ardente e sensibile vestita all’ultima moda di Parigi secondo lo schema del gusto liberty” (Giorgio Barberi-Squarotti).

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 Lui è Guido Gozzano, poeta in ascesa nella società letteraria d’inizio secolo

Torino, primavera del 1907.

Gozzano ha 23 anni ed appena pubblicato “La via del rifugio”, una raccolta di 30 poesie, tra cui spiccano, appunto, “La via del rifugio” (che dà il titolo all’opera) e “L’amica di nonna Speranza”.

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La Guglielminetti ha 27 anni quando dà alle stampe la sua raccolta poetica “Le vergini folli”, “una sorta di viaggio nel sottosuolo della verginità”, in cui trasferisce e rievoca, al modo dei crepuscolari, la sua formazione avvenuta all’interno un istituto religioso femminile.

Nella Torino provinciale del tempo, i due poeti si conoscono e si scambiano i loro versi. Lei ringrazia il “Cortese Avvocato” del gentile e gradito omaggio e, senza imbarazzo, gli chiede un incontro diretto. Lui rivolge all’”Egregia Signorina” non pochi complimenti per avergli inviato la soave «ghirlanda di sonetti», ma con garbo declina l’invito poiché la sua malattia (una lesione polmonare all’apice destro), gli impone una «solitudine obbligatoria» sulla «spiaggia d’esilio» in Liguria.

 Questa prima schermaglia, alla luce degli eventi che la seguirono, appare già come il paradigma della loro breve e ambigua storia d’amore.

 Lei avanza, attacca, fa la prima mossa.

Lui, al sicuro, lontano da lei, si lancia nelle lodi della sua bellezza, abbandonandosi al ricordo dei suoi capelli nero corvino, della sua bocca «piuttosto grande e fresca e attirante», dei suoi «due occhi d’una dolcezza servile (…) gli occhi di colei che s’inchina al despota Signore e gli tende i polsi febbrili e li vede cerchiare, godendone, di catene». Ma incontrarla e trovarsi a pochi centimetri da lei … no, non è pronto. «Vedete che c’è di che rifuggire la vostra conoscenza» commenta.

Il fitto carteggio tra i due va avanti così per tutta l’estate. Poi, in autunno Amalia si fa più audace quando viene a sapere che Guido è poco lontano da Torino. Si trova infatti nella casa di campagna di Agliè, nel Canavese. E’ decisa e gli scrive: «Sentite e non spaventatevi. In uno di questi bei pomeriggi di primo autunno mi piacerebbe di venirvi a trovare» e poi «Il viaggio per giungere a Voi dev’essere un poco complicato, ma potreste compierne un pezzetto anche Voi – se la vostra salute lo permette – e indicarmi un’ora e un paese qualunque di convegno».

 Non si capisce ancora bene perché Guido si senta in pericolo. Tuttavia cede alle richieste pressanti di Amalia e accetta d’incontrarla, sia pur tra le mura amiche della propria casa e, per di più, alla presenza della madre. Nulla è trapelato di questo incontro, ma possiamo supporre che sia stato tutto improntato al bon ton inizio secolo: i due seduti precauzionalmente lontani, la mamma in mezzo, tra pasticcini, rosolio e profumo di violette.

Una cosa è certa: Gozzano, che per lettera continua a decantare la bellezza della «terribile nemica», vuole che la relazione con lei si limiti ad un’amicizia esclusivamente intellettuale.

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Poche settimane dopo, però, il destino mette alla prova il giovane poeta. Avrà con lei un «colloquio» proprio nel salotto torinese di Amalia. Sono soli.

Ce ne è pervenuto il racconto ancora una volta attraverso le parole di Guido: «Le donne d’un fascino spirituale come Voi non hanno il diritto d’ essere belle. Sovente, quando parlate, io dimentico e non seguo le vostre parole, per il gioco attirante delle vostre labbra sane o per la carezza lenta delle vostre ciglia… E questo è male».

 Lui è stordito e impaurito, Cautelativamente vuole mettere una certa distanza tra loro e affidarsi completamente all’immaginazione.

Lei, al contrario, vuole una relazione reale.

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Amalia lo desidera.

Guido la rende protagonista delle sue fantasie che le comunica attraverso le lettere.

 Si trova nuovamente in Riviera. L’immaginazione prende il sopravvento: lui evoca con la mente un eventuale incontro ravvicinato con lei. Le dice che, se s’incontrassero davvero, non potrebbe trattenersi dal prenderle le mani e baciarla fino a morderle le «vene del polso», poi, la «mia bocca si troverebbe dietro il vostro orecchio, alla radice dei capelli fini, e vi morderei la nuca». «Il morso – scrive – è il mio vizio preferito».

Amalia non teme l’eventualità che l’audace previsione di Guido si realizzi, anzi! Tuttavia, per non spaventarlo e indurlo a indietreggiare ancora, si rivolge a lui con dolcezza: «Non mi sfuggite, Guido, non abbiate paura di me, io non voglio farvi del male».

Lo tampina, gli dà un altro appuntamento al Parco del Valentino. Lui non si vede e la donna, dopo averlo atteso invano per mezz’ora, fugge via «umiliata, avvilita, annientata», ferita nell’orgoglio femminile «per tutti i piccoli e grandi colpi già ricevuti in silenzio sussultando».

Lui è capace di leggersi dentro, di analizzare se stesso e i suoi comportamenti: «Io provo una soddisfazione speciale quando rifiuto qualche bella felicità che m’offre il Destino. E quale felicità, amica mia! (…) Già altre volte l’ho confessata la mia grande miseria: nessuna donna mai mi fece soffrire; non ho amato mai; con tutte non ho avuto che l’avidità del desiderio, prima, ed una mortale malinconia, dopo…».

 Nella prima settimana di dicembre però, ancora nel salotto di casa Guglielminetti, si verifica la «cosa che accade e non si sa come accade».

 Aveva i suoi motivi, Guido, per non aver consentito, fino a quel momento, che i due si lasciassero andare al desiderio e al coinvolgimento dei sensi. Accade spesso infatti, e non solo nella vita dei grandi poeti, che l’amore idealizzato non regga l’assalto della realtà, e di fronte ad essa, s’infranga in tante minuscole caleidoscopiche schegge.

 Un amore sublimato, vergato a caratteri minuscoli nelle lettere, ineffabile e platonico: così doveva rimanere. «Della cosa cattiva più nulla resta – scriverà una volta fuggito in Liguria – fuor che una dolcezza un po’ acre sulle labbra e sulle gengive». La donna «disfatta» nei vestiti non è più quella, angelica e «attirante» dei primi resoconti epistolari.

Niente più poesia tra loro.

Di lei gli restano i ricordi del tutto prosaici di quella «cosa che accade», di un odore, di una bocca aggressiva dai «crudeli canini».

 E’ cinicamente crudele Gozzano.

Lei lo implora di mentire, almeno per pietà: «Ditemi Voi, Guido, qualche cosa buona, qualche parola di tenerezza, mentitela se non la sentite, cercatela se non l’avete, ma datemi un poco di questa dolcezza».

 Lui è irremovibile: «Addio, Amalia, senza molta tristezza. Di lungi vi scriverò ancora quando avrò qualche bella notizia della nostra poesia. E voi anche. Ma non parleremo della nostra passione e del nostro passato. La passione è un ingombro al nostro cammino di gloria…».

 Amalia non si rassegna. La gloria poetica non le interessa: «Io non voglio che tu mi sfugga, Guido, io non voglio che tu mi segua di lontano come un estraneo, che tu mi riveda ancora un giorno lontano quando forse i miei capelli non saranno più tanto bruni e la mia bocca fresca e i miei occhi lucenti… Io sono per te come il primo giorno che ti vidi, non sazia, né stanca, né oppressa dalla più piccola parte di te. Sei nuovo e fresco al mio spirito come allora che m’eri ignoto… È un senso strano ch’io non so dire, ma che non ho mai sentito per altri, una malìa, quasi…».

 La donna fiera, orgogliosa della propria libertà, diventa fragile, tenera e appassionata quando lo implora: «Nessuno, ti giuro, mi ha mai veduta così spoglia d’ orgoglio, così vestita di pura tenerezza». «Non farmi ancora piangere e rimpiangere, Guido, dammi qualche segno di bontà in cambio di tutta la mia tenerezza».

A questo punto Guido è costretto a uscire furi da quella rete di equivoci ed ambiguità: «Perdonami. Ragiono, perché non amo: questa è la grande verità. Io non t’ho amata mai… Non altro. Già altre volte t’ho confessata la mia grande miseria: nessuna donna mai mi fece soffrire; io non ho amato mai; con tutte non ho avuto che l’avidità del desiderio, prima, ed una mortale malinconia, dopo… Addio, mia buona Amica!»

 Finisce così la fuga dall’amore di Guido Gozzano, il cantore crepuscolare di donne dal fascino quotidiano e casalingo, oppure perdute in un passato di sogno: la signorina Felicita, Carlotta, Cocotte.

 “(…) Il mio sogno è nutrito d’abbandono,

di rimpianto. Non amo che le rose

che non colsi. Non amo che le cose
che potevano essere e non sono state…
Vedo la casa; ecco le rose
del bel giardino di vent’anni or sono!”

(Cocotte)

 Amalia Guglielminetti, nata in una famiglia all’antica, nel 1923 avrebbe dato scandalo narrando storie di eroine sensuali e anticonformiste, protagoniste di romanzi come “La rivincita del maschio” o di novelle come quelle della raccolta “Quando avevo un amante”. Perché dopo la fine della storia con Gozzano, le fu impossibile continuare a scrivere versi.

“Essa è colei che troppo sola muore,

è la notturna anima pellegrina

che persegue il suo sogno ed il suo amore”. 

(Anima errante, in Le vergini folli, 1907).

 In un arco di quasi sei anni si scambiarono 124 lettere (quaranta quelle di lui, ottantaquattro quelle firmate da lei), pubblicate postume nel 1951 da Garzanti.

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Guido Gozzano, malato di tisi, muore a soli trentadue anni, nel 1916. La sua poesia resta nel ricordo e nelle antologie scolastiche.

 

Amalia Guglielminetti muore molto dopo di lui, il 4 dicembre 1941, a causa delle complicazioni di una ferita che si era procurata qualche giorno prima nel tentativo di raggiungere il rifugio antiaereo, in seguito all’allarme per il bombardamento che stava per incombere su Torino.

Poco tempo prima aveva lasciato le sue volontà circa le modalità di sepoltura (una tomba a piramide con l’iscrizione “Essa è pur sempre quella che va sola“) e l’istituzione di un premio letterario a suo nome. Entrambi i desideri non saranno mai esauditi.

Bellezza della vita, io non ti trovo.
Pure ti cerco in me, pure ti spio
su fronti di sorelle. Ombre d’oblio
or tento ed or gelosi veli io smuovo.

Il primo balenar d’un riso nuovo
scruto, m’insinuo in qualche spirto pio,
indago ogni speranza, ogni desio,
ma a scoprirti con vana ansia mi provo.

Tu esisti forse in spiriti virili
esperti in trar da ciascun fiore ebrezza,
o in chiara gioia d’anime infantili.

Non nel nostro anelar d’anime inermi:
inquete fiamme, chiuse da saggezza
d’antiche norme fra leggiadri schermi.

(op.cit. 1907).

Nonostante Gabriele D’Annunzio l’avesse definita “L’unica vera poetessa che abbia oggi l’Italia”, nelle principali antologie scolastiche non v’è traccia del suo lavoro, né un accenno al suo valore letterario.

 

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