“Una storia fortemente raccomandata a tutti quelli che hanno un corpo” (dalla quarta di copertina del romanzo)

Il nostro corpo è uno scrigno, il codice che racchiude e racconta la storia di ciascuno di noi. La pelle, il sangue, i muscoli, i capelli, il colore del volto, le rughe, le cicatrici dicono di noi più delle parole. Se lo interroghi, il corpo è capace di sciogliere l’intreccio di un racconto, la trama di una vita…Non solo lo spirito, allora, è da considerarsi l’essenza, la parte più autentica di noi, ma corpo e spirito insieme, modulano un’armonia superiore, una sintesi sublime.

Sul ruolo e la centralità del corpo è costruito il reading che il romanziere Daniel Pennac ha tratto dal suo Journal d’un corps – Storia di un corpo, andato in scena ieri, mercoledì 2 aprile sul palcoscenico del Teatro Verdi.

 Sipario aperto. Scenografia minimalista. Un tavolo rettangolare sovrastato da un prato di un verde intenso. Da un angolo svetta un arbusto in miniatura dalla chioma folta. Un sedia di legno e alcune lampade sospese, scure e polverose, costituiscono l’arredo essenziale di questo luogo irreale, un luogo della memoria. E questa scelta della regista Clara Bauer fornisce già una chiave di lettura della performance che prende vita sulla scena. Oggetti, suoni, luci, parole di un romanzo che è un diario, ma più di tutto è una sfida: la storia di un corpo.

 Una voce femminile fuori campo (che scopriremo poi appartenere alla figlia di Pennac) introduce l’azione scenica. Dai 12 agli 87 anni un uomo ha tenuto il curioso diario del suo corpo, un organismo innocente e complesso che vive attraverso le sensazioni, i respiri, il dolore. Che scopre la sua vulnerabilità e la fissa attraverso la grafia minuta che passa su un panno rosso, sullo sfondo, a scandire le date, il tempo e i suoi segni. Si narra che la figlia Lison, tornata a casa dal funerale del padre, si vede recapitare un pacchetto: “3 agosto 2010. Non un diario intimo, figlia mia, sai quante riserve ho sul resoconto dei nostri mutevoli stati d’animo. […] No, Lison, solamente un diario del mio corpo, davvero”. E’ il journal la testimonianza dell’essere “corpo” di suo padre, oltre che genitore, marito e nonno: la figlia potrà colmare, anche se solo in parte, il vuoto che chi non c’è più lascia nello spazio fisico dei suoi cari, che improvvisamente percepiscono un senso di mutilazione, una mancanza che non c’è spirito o memoria che possa colmare. “Onore alle lacrime! – scrive Pennac nel romanzo – “poiché ci svuotano, ci purificano!”. Perché quando si sta insieme e si condivide intensamente un pezzo di vita, lungo o breve che sia, si diventa un corpo unico e ogni mancanza è un’assenza.

 In un francese suadente ed espressivo Journal d’un Corps è raccontato dalla voce di Pennac, solo ogni tanto sottolineato dal controcanto delle musiche di Jean-Jacques Lemêtre e diventa un vero e proprio manifesto, poetico e umano, privo di finzioni, destinato a restare tra le generazioni che verranno.

L’atmosfera è impregnata di fisicità, il corpo dell’io narranteaccompagna lo spettatore nel mondo, facendoglielo scoprire attraverso i sensi: la voce metallica e stridula della madre anaffettiva, l’odore dell’amata tata Violette che, con tenerezza, gli ha insegnato tutto: “13 anni, 4 mesi, 8 giorni. Il mio corpo è anche il corpo di Violette. L’odore di Violette è come la mia seconda pelle. Il mio corpo è anche il corpo di papà, il corpo di Dodo, il corpo di Manès… Il nostro corpo è anche il corpo degli altri”. Il sapore del caffè degli anni di guerra, il profumo dell’amata Mona e la nascita dei loro figli: “28 anni, 2 mesi, 17 giorni Nascita di Bruno. Abbiamo un bambino E’a casa come se fosse qui da sempre! Rimango senza parole. Mio figlio è per me un oggetto di stupore familiare”. “Non pensavo che un bambino potesse nascere sorridendo. Eppure è questo il caso di Lison, nata oggi pomeriggio, alle cinque e dieci, tonda, liscia, riposata, con il sorriso di un piccolo buddha massiccio e calvo, che posa sul mondo uno sguardo in cui è racchiuso un palese intento pacificante. La mia prima reazione di fronte a un neonato – è già successo alla nascita di Bruno – non è tanto giocare al puzzle delle somiglianze quanto cercare su quel viso recentissimo i segni di un temperamento. Mia piccola Lison, non fidarti di un padre che, appena arrivata, ti attribuisce la facoltà di pacificare il mondo”.
E poi il dolore, assurdo, acuto, intollerabile: ”79 anni, 1 mese, 2 giorni. Il nostro Gregoire è morto. Due giorni dopo la nostra ultima telefonata era in coma. […] Dio come ho amato quel bambino! E come la mia penna cerca invano di eluderne la morte. Quale ingiustizia ci fa preferire a tal punto un essere umano rispetto a tanti altri?”

E’ il viaggio di una vita, tra i dolori e gioie delle vulnerabili creature umane.

Al corpo viene dato un valore intrinseco, una nuova centralità, che non coincide con quella delle copertine, delle sfilate e delle palestre, e da cui non si può prescindere: il corpo esile del bambino che il protagonista fu, la sua evoluzione in un uomo che non vuol essere trasparente per “contare” nel mondo, diventano un “giardino segreto”, uno scrigno di verità dove una ruga, un callo, un setto nasale tormentato dai polipi sono reali e tangibili e assolutamente non in contraddizione con le emozioni.

 Pennac riesce a fare corpo unico con il pubblico che, nella gran parte, al termine dello spettacolo non lascia la platea. Letteratura teatro vita si sono incontrati in un’esperienza straordinaria che non si è disposti ad abbandonare tanto presto. Tutti hanno seguito assorti, catapultati in una dimensione che è la sua e la nostra. Abbiamo riso, ci siamo commossi, ognuno ha proiettato l’esperienza narrata nella propria: un corpo unico dicevo…

 Lui esce di nuovo, scende tra le persone. Un magnetismo che incanta. Si regala, corpo e poesia, a coloro che vogliono sapere, i curiosi delle storie di Pennac che chiedono come quando perché ha scelto, dopo il “signor Malaussene”, protagonista della saga più premiata della letteratura francese degli anni Novanta, di mettere il corpo al centro della sua riflessione. Cosa l’abbia spinto a trasformare un testo che si legge (cronometro alla mano) in 17 ore, in un’ora e 20 minuti di lettura scenica con lo scrittore solitario sul palco, recitazione in francese con sovratitoli in italiano, davanti ad un tavolo coperto d’erba. “Sono partito dalla considerazione che la nostra società esprime il corpo in mille modi attraverso pubblicità, cinema, tv, anche se ognuno di noi ha un rapporto con il proprio corpo inibito, pauroso e silenzioso (…). Per questo il corpo parla allo spirito con delle sorprese: e di queste sorprese abbiamo spesso timore” ha spiegato Pennac.

In questa nuova prova letteraria e teatrale, Pennac è riuscito a ridare vita alla carne, alle ossa, al sangue, a dare loro una voce sconosciuta, a far sì che essi parlassero attraverso il protagonista.

Questo ha fatto scattare un’immedesimazione del pubblico nella storia, più di quanto potesse accadere con una storia d’amore. Sì, tutti, a modo loro hanno amato, ma uno starnuto, un colpo di tosse, un sorriso, uno sbadiglio sono atti davvero universali.

Molti dopo lo spettacolo hanno detto di essersi alzati con un groppo alla gola…Sarà dunque fisica la sede dell’anima?

 

Lo spettacolo, prodotto da C.I.C.T. / Théâtre des Bouffes du Nord in coproduzione con Les Théâtres de la Ville de Luxembourg e, per l’Italia, con Laila, è in lingua francese con sopratitoli. Scene, luci e costumi: Oria Puppo. Animazione video: Johan Lescure. Musiche di Jean Jacques Lemêtre.

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