Ogni anno il 2 novembre…

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…c’é l’usanza/per i defunti andare al Cimitero./Ognuno ll’adda fà chesta crianza;/ognuno adda tené chistu penziero (…)

I versi del Principe de Curtis hanno immortalato questa data e l’hanno scolpita nelle menti di molti di noi più del calendario.

Il mio rapporto con il cimitero è molto particolare. Quando eravamo piccoli mio fratello ed io, i miei genitori ci portavano a far visita ai defunti con lo stesso spirito e la stessa frequenza con la quale andavamo a trovare i parenti, quelli vivi intendo. Quasi sempre portavamo con noi la nonna materna. Suo marito, Maresciallo di Prima Classe dell’Aeronautica Militare Antonio Vecchio, prima di morire all’età di 62 anni, aveva trovato il tempo e le risorse, facendo sacrifici eroici, di costruire una villa al Casale in via Margarito da Brindisi, angolo Farinata degli Uberti, ed una cappella al cimitero, vialetto San Luigi.

Ho dunque imparato, fin dall’infanzia, che la morte non è un’idea oscura da scacciare in fretta dalla mente, ma una realtà con la quale convivere e alla quale pensare con realismo e concretezza. Infatti, come si faceva la visita ai compari Prevedello Fischetti (sì quelli della gioielleria in Corso Garibaldi), come si andava a trovare la zia o i cugini (allora c’era tanto tempo…ora non riusciamo neanche a fare una telefonata), così si andava, nel primissimo pomeriggio della domenica, a trovare i defunti nella Cappella Vecchio al Cimitero.

La cappella era un mondo da scoprire: appena entrati, file di loculi a destra e a sinistra. In mezzo l’altare e, ai due lati, due rientranze: una con le sedie pieghevoli che, all’occorrenza, si trasformavano in inginocchiatoi, un appendiabiti e i rosari appesi con i chiodini. L’altra, opportunamente coperta da una tendina, con una cassettiera dove trovavano posto gli stracci per togliere la polvere, spugne, detersivi, secchi, scopa, bastone per lavare per terra, vasi, sottovasi e contenitori per l’acqua. Una casa, appunto. La casa dei morti. O meglio il luogo in cui due dimensioni s’incontravano.

“In nome del padre…”, “Quelle figlie quelle spose…”, “Dolce cuor del mio Gesù…”, “Sia lodato e ringraziato ogni momento…” e partivano le litanìe di nonna, mamma e anche qualche zia. Ma quella che al mio orecchio di bambina suonava proprio strana era “Requiem aeternam dona eis, Domine…” e a un certo punto virava in un “requieschkattimpace Amen” tipico di chi il latino lo conosce solo nei fonemi, ma non certo nella correttezza imposta dalle regole: latino “maccheronico” appunto. Mi chiedevo come si potesse augurare ad uno, già defunto, di “schkattare in pace”: boh! Mistero che sarebbe stato svelato solo dopo molti anni.

 

Dopo aver recitato tutte le preghiere canoniche con relativo bacetto alla foto dell’estinto, la nonna, la mamma, le zie cominciavano a parlare d’altro, delle cose di cui si parla tra parenti che si ritrovano…ma non era mancanza di rispetto, anzi…Il colloquio tra vivi e morti non pareva essersi interrotto mai, era un coinvolgimento totale. In un unico abbraccio tutti si ritrovavano, come sarebbe accaduto in un normale pomeriggio festivo a casa del nonno. E non contava che lui, come gli altri, fossero al di là di una lastra di marmo chiaro: erano con noi, esattamente come quando ridevano con noi.

 

Nel frattempo, noi piccoli gironzolavamo là attorno, andavamo alla fontana per prendere l’acqua per i vasi, come fosse la cosa più normale del mondo. Mio padre spesso ci prendeva per mano e ci portava a vedere la tomba con l’aereo precipitato, le sepolture dei caduti della Prima Guerra Mondiale, con la statua in bronzo dell’Italia piangente…e quella per noi rappresentava l’occasione per riflettere, piccoli piccoli, su quello che quelle tombe rappresentavano: la condanna di tutte le guerre. Il cimitero dei bambini, con i giocattoli e peluche, non ci faceva altro che apprezzare la nostra infanzia normale, al riparo dal dolore. Accanto alla nostra Cappella c’era e c’è, quella del fratello del nonno: vi sono sepolti tutti i bambini morti sotto le macerie della loro casa, in via Bettolo, a causa dell’incursione aerea del 7 e l’8 novembre del 1941. Una lezione più incisiva di quanto il miglior libro di storia potesse fare.

 

E’ questa esperienza che mi fa vivere il cimitero come fosse un’altra casa, con serena accettazione, sia pur con un dolore ancora intenso e pungente.

 

Qualche anno fa ho portato una classe quinta dell’Artistico a fare lezione sui Sepolcri di Ugo Foscolo proprio al cimitero. Alcuni ragazzi non ci avevano mai messo piede…Ci sedemmo tutti in circolo, proprio vicino alla zona dedicata ai bambini…”Ogni anno il 2 novembre c’é l’usanza/per i defunti andare al Cimitero ”: abbiamo cominciato da lì, perché è Totò che più di tutti, fa capire “A morte ‘o ssaje ched”e?…è una livella”, ma poi, passando al capolavoro di Foscolo, abbiamo compreso che non si muore finchè si resta vivi nel ricordo e nell’affetto di chi resta

“Celeste è questa
corrispondenza d’amorosi sensi,
celeste dote è negli umani; e spesso
per lei si vive con l’amico estinto
e l’estinto con noi, se pia la terra
che lo raccolse infante e lo nutriva,
nel suo grembo materno ultimo asilo
porgendo, sacre le reliquie renda
dall’insultar de’ nembi e dal profano
piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,
e di fiori odorata arbore amica
le ceneri di molli ombre consoli”.

 

Abbiamo compreso che c’è una continuità che nulla può spezzare e che quelle sepolture sono un messaggio, un monito e un invito a compiere “egregie cose”, a lottare per la pace, per la democrazia, la libertà, la vita.

 

Rispetto chi non va a trovare i defunti perché so che “nel cuore nessuna croce manca”, rispetto chi ci va solo il 2 novembre…ma io non potrei mai andare a trovare mio padre con cui, per fortuna, posso ancora parlare di letteratura, di filosofia e di teatro e non andare a “sentire” la presenza di mia madre, illudermi di farle luce con un cero e portarle i fiori che amava tanto…No, non potrei.

 

Rapían gli amici una favilla al Sole
a illuminar la sotterranea notte,
perché gli occhi dell’uom cercan morendo
il Sole; e tutti l’ultimo sospiro
mandano i petti alla fuggente luce
”.

 

 

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