“Storie di ‘letteraria’ follìa” (1^parte)

      

         Quest’anno, a scuola, con una quinta classe, abbiamo provato a intraprendere un percorso che ci porti ad individuare quale rapporto ci sia tra letteratura e malattia mentale.

       Il legame tra questi due elementi è più stretto di quanto si possa immaginare.

       E  lo è non solo (ed è certo plausibile) nell’ambito del Novecento, secolo in cui, con la caduta delle certezze idealistiche dell’Ottocento e con la perdita dei punti di riferimento, interni ed esterni, l’uomo si è ritrovato in una solitudine così drammatica ed angosciante, nel cui vuoto ha finito per smarrire se stesso…, ma le sue radici vanno individuate altrove.

Quasimodo

contenuti.interfree,it

 

“Ognuno sta solo

Sul cuor della terra

Trafitto da un raggio di sole:

ed è subito sera”

(S.Quasimodo)

 

Certo, l’uomo, l’intellettuale, l’artista novecentesco infatti, non può “cantare” più (“E come potevamo noi cantare/con il piede straniero sopra il cuore” …rivela tra rabbia e rassegnazione lo stesso Quasimodo)…può solo urlare, urlare la propria disperazione.

 

E quell’urlo, agghiacciante, deformante, che così bene è riuscito a catturare e fissare il pittore poeta norvegese Edvard Munch (1863-1944), rendendolo la metafora espressionistica più adatta a trascrivere la profonda crisi dell’io, ancora risuona nella mente e rende folli.

 

munch_urlo

                                                               

http://www.fulvialeopardi.it/index.php/2003/11/18/l-urlo-di-edvard-munch/

 

 

                                                                “Una sera passeggiavo per un sentiero

Da una parte stava la città e sotto di me il fiordo.

Ero stanco e malato. Mi fermai e guardai al di là del fiordo.

Il sole stava tramontando. Le nuvole erano tinte di rosso sangue.

Sentii un urlo attraversare la natura: mi sembrò quasi d’udirlo.

Dipinsi questo quadro, dipinsi le nuvole come sangue vero

I colori stavano urlando”.

 

       Ma questo legame tra letteratura e follia ha radici ben più remote.

      Siamo partiti da una autore che, già nel Cinquecento, aveva dedicato un intero poema ad un cavaliere reso pazzo dall’amore, eleborando una profonda riflessione sulla fragilità della ragione umana. 

      Si tratta dell’Orlando furioso di Ludovico Ariosto (1454-1573), che perde totalmente il senno alla conferma che l’amata Angelica è andata sposa al fante Medoro.

      Dapprima non vuol credere all’evidenza (il che sbilancia molto verso la follia, il rapporto uomo-realtà), poi dà sfogo al proprio dolore fino a macchiarsi di delitti efferati.

Olrlando pazzia1 

http://www.valsesiascuole.it/crosior/cavallo/FOLLIA

In tanta rabbia, in tanto furor venne,
che rimase offuscato in ogni senso.
Di tor la spada in man non gli sovenne;
che fatte avria mirabil cose, penso.
Ma né quella, né scure, né bipenne
era bisogno al suo vigore immenso.
Quivi fe’ ben de le sue prove eccelse,
ch’un alto pino al primo crollo svelse (…)

Orlando pazzia 

http://www.valsesiascuole.it/crosior/cavallo/FOLLIA

        Sarà necessario andare fin sulla Luna per recuperare il senno perduto da Orlando.

luna

http://www.valsesiascuole.it/crosior/cavallo/FOLLIA

       E’ addirittura San Giovanni, che conduce Astolfo (cugino di Orlando), sulla luna, appunto, dove vengono raccolte tutte le cose smarrite dagli uomini sulla Terra, beni materiali ma soprattutto morali.

        Per esempio Astolfo trova le lacrime e i sospiri d’amore, l’ozio, il tempo perso nel gioco, i desideri irrealizzati, i doni fatti con speranza di ricompensa, il denaro dato in beneficenza, la corruzione della Chiesa.

        Finalmente Astolfo si ritrova davanti a un monte dov’è custodito il senno perduto dagli uomini, “che mai per esso a Dio voti non ferse”.

Esso è racchiuso in ampolle (poiché si trova allo stato gassoso), e, recuperatolo, può tornare sulla Terra per restituirlo ad Orlando, e assicurare all’opera ariostesca, l’immancabile “lieto fine” (continua…)

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